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Peppone e Don Camillo
secondo Elisa Soncini
a cura della redazione

 

Autore: Elisa Soncini
Titolo: I rossi e il nero: Peppone, Don Camillo e il ricordo del dopoguerra italiano
Editore: Lupetti
Prezzo: € 16,00
Dati: pag. 224






Don Camillo e Peppone. Il sottile e profondo profumo della nostalgia per qualcosa di mai avvenuto
Non c’è prodotto televisivo così popolare come i film della saga delle gesta di Don Camillo e Peppone. Ogni tanto ognuno di noi cede alla tentazione di rivederne uno, anche se conosce trame, personaggi, singole vicende, ecc. Un po’ vergognandosene e dopo commuovendosi anche cercando di fingere indifferenza. Perché? Molto probabilmente è un oscuro ma forte desiderio di un ritorno al passato che riguarda giovani e anziani, da chi ha vissuto quei tempi (o ne ha sentito parlare da altri che li vissero) e da chi è troppo giovane e guarda a quei tempi come a una favola antica. Un ritorno che sembra utile e necessario per capire tante cose e non solo per commuoversi e ridere di quei buffi personaggi così fuori dal tempo ma così veri. Sembrano il racconto di una “tata gentile e saggia” che narra quanto è avvenuto in un tempo lontano. Racconti che più che di fatti e personaggi, parlano di vicende e persone che sarebbe stato bello avvenissero o esistessero davvero. Proprio come nelle fiabe. Ma c’è un motivo in più. Di quei tempi non c’è più memoria o questa sta scolorendo con il passare degli anni. Nella società post-moderna, la memoria è una risorsa scarsa e abbraccia un tempo relativamente breve. Ci si dimentica, individualmente e socialmente, di ciò che è successo anche trenta-quarant’anni prima. In qualche caso perfino di ciò che è avvenuto solo pochi anni prima. Facciamo solo alcuni esempi. Quanti hanno memoria (non solo per effetto dei revival mediali) dei fatti del ’68 o dello sbarco (la prima impronta umana al di fuori del pianeta) sulla Luna? Eppure furono avvenimenti che come si afferma, nelle colonne dei giornali, sconvolsero il mondo. Allora, ma adesso non più. E, ancora, in tempi più recenti, chi si ricorda chi fosse il predecessore di Sarkozy o quando ha cessato la sua attività Tony Blair? Cosa è successo in questo Paese quattro-cinque anni fa? Solo la rappresentazione data dai media di questi eventi o fenomeni sostiene (o sostituisce) la nostra memoria o quella che si affida a fonti attendibili, come le ricerche degli storici o le cronache giornalistiche. Un drammatico fenomeno come la Shoah è, per molti, conosciuto tramite alcuni film o la lettura di qualche libro. Quando i film finiranno e alcuni libri (si pensi al Diario di Anna Frank) non saranno più letti, calerà una coltre di silenzio che tenderà a far sparire o a rendere confuso il ricordo di ciò che dovrebbe essere di monito alle future generazioni affinché fatti del genere non possano più accadere. Ne è prova che già adesso ambigui contributi (tra storia e giornalismo) tendono a ridimensionare il fenomeno. I “negazionisti” non avrebbero spazio se ci fosse diffusa e non superficiale conoscenza di quanto avvenne davvero. Possono “sparire”, dalla vita e dalla memoria, sei milioni di morti nei campi di sterminio? Ciò può avvenire perché la memoria collettiva non esiste o è distratta e superficiale. Lacerti di storie, personaggi incerti, popolano la memoria specialmente di chi ha studiato poco e vede molta televisione. Anche per quanto riguarda la nostra storia recente. Basterebbe fare l’esempio delle vicende della Mafia, che sembrano più rifarsi al “brigantaggio” dei primi anni del secolo scorso che non descrivere un fenomeno di un’Associazione forte e potente che ha cercato lo scontro con lo Stato, fino ad illudersi (con qualche ragione) di vincerlo. Ci sarebbe riuscita se non fosse stato per il sacrificio di pochi ma valorosi “servitori dello Stato”. Ma di quanto di tutto ciò hanno coscienza gli italiani, aldilà delle fiction televisive sul tema? Così l’affermazione che noi “siamo ciò che vediamo o leggiamo”, non appare azzardata. Le nostre conoscenze, quelle che determinano i nostri atteggiamenti e credenze collettive e, di conseguenza, i nostri comportamenti in ambito sociale, provengono prevalentemente dal piccolo schermo, quando va bene dai giornali e da qualche libro. C’è da chiedersi allora: perché la memoria collettiva tende ad essere sempre più corta? E perché tende a confondersi con l’immaginario mediale, fino a che frammenti di storie, personaggi veri e inventati, sono mescolati in un intreccio spesso inestricabile? Tra le molte, le possibili spiegazioni sono almeno due. La prima è che la memoria del passato sembra non avere più niente da insegnarci. Viviamo (con molte incertezze) al presente e il futuro appare sempre più complesso. Che indicazioni possiamo trarre da ciò che si riferisce ad un tempo che appare (al ricordo) buio e da cui preferiamo uscire, perché lo abbiamo attraversato con difficoltà e senza alcun entusiasmo o, almeno, una qualche consapevolezza? Nel nostro Paese non sembra esistere un’identità nazionale: quanto vi si riferisce è annegata nella retorica (la Patria del Fascismo) o nella continua incapacità a diventare Paese moderno nella politica e non solo negli stili di vita. Cosa che è esemplificata (dall’Unità ad oggi) dal non essere riusciti ad affrontare e risolvere alcune riforme fondamentali, come quelle che riguardano la scuola o la giustizia. La seconda è relativa ai media nel loro complesso e alla cultura da loro espressa. Ogni giorno un’alluvione comunicazionale (fatta di frammenti disordinati senza connessione e senso comune) si abbatte su un pubblico disarmato che riesce a stento a distinguere ciò che è vero e rilevante da ciò che è inventato e molto promosso perché si ritiene otterrà grande successo. I media “danno voce” a ciò che ritengono interessi un largo pubblico. Per questo lo spettacolo e la pubblicità tendono ad imporsi su ogni altro contenuto. Ciò che invece è importante, ma incappa nel sospetto di “essere noioso”, viene trascurato o ignorato. È il caso della cultura diventata divulgazione e dell’informazione che deve trasformarsi in infotainment, saldando notizie a spettacolo, per paura che non interessi a un largo pubblico. Ma i mille frammenti non costruiscono una memoria condivisa: sono i contenuti delle tante memorie individuali che appartengono ai singoli fruitori mediali, a seconda dei loro interessi, cultura e sensibilità. In questa memoria, più personale che collettiva, solo alcuni personaggi e storie hanno particolare impatto ed efficacia. Qualcosa che resta per qualche tempo e costringe ad almeno un attimo di riflessione e appartiene solo a quella persona, distinguendola da tutte le altre. Solo poche storie entrano nel comune immaginario (il libro di storia della modernità fatto più di immagini e musica che di parole) e sembrano restare a lungo nella memoria collettiva. È il caso di Don Camillo e Peppone e di “tutta la banda” di Brescello. Nel loro insieme queste storie sono la metafora di quel Paese in cui avremmo voluto vivere. Un’Italia meno ideologicamente frastornata e in cui alcuni atteggiamenti collettivi (ad esempio il rispetto per gli avversari, il desiderare un benessere “sostenibile” e non svuotato e sciupato in frastornanti stili di vita) avrebbero potuto imporsi e dettare il processo di crescita collettivo. Davanti al piccolo schermo ci si commuove nel profondo vivendo un’esperienza collettiva importante: ci si riconosce simili e “per bene”. È un’implicita presa di distanza dai partiti, dalle ideologie che non sembrano avere più significato e dai professionisti della politica e dalla loro autoreferenzialità, sorda e muta rispetto alla gente comune e ai loro reali interessi. Una sorta di nostalgia (o desiderio) per qualcosa che non è mai esistito davvero. Un paese la cui cultura non sia solo “fun e consumi”, chiacchiericcio negli spettacolini della politica in tv o nelle articolesse dei giornali, dichiarazioni mai seguite dai fatti, paure (reali o infondate) per come si vive nelle grandi città, necessità o obbligo ad avere un discreto livello di benessere per avere ciò che sembra necessario o molto promozionato. Un’altra Italia, più modesta forse ma più vera e in cui riconoscersi, in cui provare motivazioni (se non orgoglio) per una comune appartenenza. In questa prospettiva sembra evocata la lezione di Pasolini e le sue (forse troppo nostalgiche) cautele sul “terribile” futuro. Le lucciole non avrebbero più volato nei miasmi dei veleni dispersi nell’aria. Dimenticandosi (?) che quando volavano le lucciole nei campi la gente pativa la fame e moriva giovane. I film con Don Camillo e Peppone non lo affermano esplicitamente, ma uno spettatore avvertito sa bene che non solo le inondazioni mettevano in ginocchio quelle povere popolazioni. I più smaliziati si vergognano appena un poco per quel “volemose bene” che emana praticamente da ogni scena. Un sentimento che si rifà ad un tratto di sempre del carattere degli italiani e che avrebbe potuto essere “ammodernato” con contenuti più attuali quali il rispetto per gli avversari, l’accoglienza per chi è costretto ad emigrare, una solidarietà non di facciata, ecc. La sagra brescellese aveva anche un messaggio che è stato forse ignorato o sottovalutato. Nei film vince sempre Don Camillo. Le sue iniziali (D.C.) sono l’acronimo di un partito che, proprio da quegli anni prese in mano le redini del paese addormentandolo sotto una coltre di moralismo e conservatorismo alquanto provinciali, escludendo (il “fattore K”) per lunghi anni i comunisti dai governi che si succedettero con molta frequenza e continua neghittosità. Ancora oggi sembra che molta parte degli italiani tema (o non consideri positivamente) i comunisti. Forse Peppone ha fallito la sua missione, malgrado il suo spontaneo e condivisibile amore per la sua terra e la famiglia. Certamente si fa fatica ad immaginarselo mentre “mangia i bambini” o cospira contro il suo paese. Il suo viaggio in Russia faceva capire che il Socialismo realizzato non era un esempio da seguire e che un “sano compromesso storico” avrebbe meglio realizzato un’auspicabile svolta nel paese. Ovviamente “l’aria del tempo” ci parla con nostalgia (o con un oscuro timore che tutto durerà ancora per poco) di un paese agricolo in cui i tempi sono quelli lunghi della tradizione (e non quelli fortemente accelerati della contemporaneità), i personaggi hanno ambizioni semplici (un lavoro e una famiglia), gli orizzonti limitati (Reggio è lontana, l’Europa un’entità misteriosa come le sue capitali e le sue genti che stavano per calare in Italia ma non nei piccoli paesi), i suoi valori saldi (all’interno delle Chiese bianca e rossa) e così via. Sono i contenuti del sogno o del desiderio inconfessato di larga parte degli italiani non più giovani. Per questo, i volti sono quelli che avrebbero potuto avere i propri (veri o immaginati) genitori e amici fidati, le ragazze hanno una bellezza rustica e terragnola lontana dalle maggiorate di quegli anni e mille anni luce lontane dalle veline di oggi. Sembra di sentire l’odore dei cibi e di essere sul punto di entrare in un’osteria per mangiare culatello e grana bevendo del vino un po’ torbido, certamente “non trattato”. È la nostalgia o il desiderio di un paese in cui vorremmo veder affondate le nostre radici senza vergogna anche se oggi siamo più ricchi e globali e, certamente, più smaliziati. È quanto pochi storici ci hanno spiegato, poche cronache ci hanno narrato, molti politici hanno complicato fino a farlo sparire per inefficienza e corruzione, anche senza aspettare Tangentopoli. Un sentimento duro a morire e che per questo ci sembra (oscuramente) meglio non “buttare via” in nome di una incerta modernità, dove i consumi e il divertimento non ci fanno distinguere (come nelle serate di nebbia in riva al Po) ciò che vorremmo essere o fare. Per questo le invenzioni di uno “strambo” autore sono diventate, nella nostra memoria, più vere della realtà, anche per chi ha vissuto in quei tempi e in quelle zone. Il libro della Soncini lo spiega bene e con grande partecipazione. Leggere questo libro (e magari un film della serie) sono un utile esercizio della memoria e un utile confronto con i valori di un tempo che abbiamo dimenticato con troppa fretta. Verrebbe la voglia che un altro Guareschi e altri registi e autori ci narrassero gli anni che sono seguiti. Sarebbe un bel gioco e per di più molto utile. Meglio di molte soap e reality.
(dalla prefazione di Marino Livolsi)




Elisa Soncini è dottore di ricerca in Comunicazione e nuove tecnologie. Collabora con la cattedra di Sociologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e svolge attività di ricerca sui temi della comunicazione, dei mass media e della memoria. È autrice di Memorie sociali, memorie mediali (Franco Angeli 2008).







 

 

pubblicato il 21/01/2010

 


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