Un mazzo di ventisette rose blu (colore dominante in un’ideale esegesi cromatica che dovrebbe prediligere l’alluminio o le fredde tinte di una “megalopoli” del nord) lasciate su di un tavolino bordeaux accanto ad una splendida psicologa costretta, non si sa ancora perché, su di una sedia a rotelle che, nella sua sensuale indolenza, fissa imbarazzata un ragazzo magro e dinoccolato, con la testa bassa e i pugni stretti. Questa è “Metropolitania”. Una gestualità irrequieta, inusuale, istintiva ed intrisa di un romanticismo a tratti goffo, tanto da sembrare acerbo e pre-adolescenziale, ma viscerale, verso una donna, Milano, che è amica, confidente, compagna ma soprattutto lussuriosa e avida amante. Una Milano che accoglie Alex stando sulla porta in tuta da ginnastica e non lo invita nemmeno ad entrare. La struttura narrativa a chiasmo appare evidente sin dalle prime pagine di un romanzo che sfugge, inconsapevole, a qualsiasi velleitario paragone con tutta una serie di correnti espressive urbane, suburbane o post-urbane a cui l’abitudine al nuovo ci ha assuefatti. Alessandro Rossi è uno studente al secondo anno di scienze giuridiche originario di Novara. Almeno questo è quello che gli autori vorrebbero assurgere a “punto fermo” di una dialettica asciutta ed essenziale che sembra avere come punto di forza l’estrema chiarezza e linearità dispositiva. Niente di più lontano dalla realtà. Ferrarini e Leone partendo da minuziose descrizioni dei luoghi della periferia della metropoli, che sembrano stare su di un piano intermedio tra le mappe del motore di ricerca più usato al mondo e il celebre romanzo russo ambientato a San Pietroburgo, giocano, con una serie di rimandi geografici, a far sentire profumo di est e mitteleuropa usando solo l’espediente di Via Gorizia e dintorni. Un respiro descrittivo che si sostanzia nell’essenzialità del gergo, mai ostentato o tendente alla macchietta, di personaggi che durante la lettura assumono inflessioni e timbro di voce di persone reali che ognuno può aver più o meno quotidianamente incontrato tra la sua cerchia di amici, parenti e conoscenti. Da qui prende slancio l’ulteriore sapiente miscela di termini come “madama” (nome con cui è nota la polizia sulle rive del Tevere) o “zio” (milanesissimo termine confidenziale di saluto) che convivono senza sbavature con inflessioni e stralci dei più svariati dialetti, idiomi e slangs comprensivi di quello siculo che offre, in momenti di ufficiale convivialità, le punte d’ironia e sincera ilarità meglio riuscite del testo. Ma è proprio in questo arioso contesto cosmopolita che la “pluritestualità” dell’intreccio offre una serie di spunti che, pur seguendo un filo logico ineccepibile, non sono disposti in modo da esporre una generale teoria della critica, in positivo o in negativo, della società multietnica e multiculturale milanese. Gli autori hanno la rara capacità di riuscire a portare il lettore ad un esame di diritto privato in aula 208 in Festa del perdono. Niente critiche. Niente ampollose e saccenti riflessioni sulla situazione universitaria, sulle facoltà umanistiche, tecniche, sull’annosa questione della gerontocrazia accademica. Solo la scarna cronaca di quello che effettivamente succede sia in un’aula sia tra le meningi di un candidato sia nella socialità e nello scambio di informazioni e passioni tra studenti, amici, compagni di corso. In questo clima estremamente confidenziale tra intenditori che non sprecano troppe parole tra i dieci capitoli si ricavano, a un livello intra e extra testuale, delle interessanti nicchie narrative che spaziano dalla storia, alla politica, al diritto. Tutto sempre in punta di penna come se tra colleghi (ed è raro vedere uno scrittore che non tenti di conservare la sua iconostasi d’intellettuale per trattare il lettore da suo pari) ci sia a prescindere anche solo un codice visivo per cui l’assistente di diritto privato è così, la guardia giurata non può essere diversa da così, la domanda pretestuosa all’esame non possa che riguardare quell’argomento o quelle righe di quel capitolo di quel libro che è solo quello. Semplice e immediata testimonianza di un, oserei quasi definire, in senso molto alto, “socialista” e” democratico” modo di vedere i singoli in rapporto alla società e alla cultura. L’originalità della storia, che offre anche fini dissertazioni, quasi nascoste, di scienze criminologico-penalistiche, concede al protagonista e alla sua amante un ultimo tenero amplesso prima di tramutarsi nell’incontro e nella profonda, disfunzionale e nevrotica amicizia tra Alex e Scighera. Commovente epitaffio che forse svela davvero quanto “Milano” pianga ancora sui Navigli.