1. PIETRE CHE PREGANO
Plinio nella sua monumentale opera enciclopedica (Nat. hist. 36, 95-97) riferisce le difficoltà tecniche superate nel portare a termine la costruzione del santuario di Artemide a Efeso. Per essere edificato in una zona paludosa, il tempio poggia le fondamenta su uno strato di lana compressa, indispensabile per prosciugare il terreno. È la stessa dea a suggerire l’espediente tecnico, salvando dal suicidio l’architetto Chersifrone, disperato di fronte alla melma fagocitante. Paolo Thea ha sottolineato nell’episodio una sincronia tra genialità e divinità, unite nella creazione quanto nella distruzione. I Goti, dilagati in Asia durante l’impero di Gallieno (260-268 d.C.), capovolgono l’opera creativa: invadono e bruciano il tempio di Artemide, gettando le preziose colonne nel terreno fangoso, restituendole al limo originario. L’Artemide di Efeso, dea della fertilità, ha ben poco in comune con l’Artemide dei Greci, una dea al contrario dalla fisionomia di vergine cacciatrice. Le statue di Artemide efesia mostrano di solito la dea con una sfilza di oggetti ovali ciondolanti sul petto; si ritiene generalmente che rappresentino delle mammelle, ma sembra più probabile che si tratti di uova di struzzo, ritenute simbolo di fecondità. La dea poi è nera, meteorica o tellurica come lo saranno le Madonne bizantine o le Vergini sotterranee delle chiese medievali, i cui destini paiono indissolubilmente legati all’omonima costellazione. Osservando il cielo si noterà, proprio sotto la costellazione della Vergine, nella «coda», la costellazione della Spiga. Una rappresentazione che sin dalla più remota antichità è stata interpretata in senso soteriologico: guardando il famoso Zodiaco di Dendera noteremo che la costellazione della Vergine è effigiata nella dea Iside recante nelle mani il pargolo Horus, la costellazione della Spiga è quindi immagine astrale del Salvatore nato da una Vergine. Secondo gli gnostici Naasseni il figlio del Dio sommo, l’Anthrōpos imprigionato nella creazione oscura, è anche chiamato «spiga verde mietuta»; non solo, ma sempre secondo i Naasseni, gli adepti dei misteri eleusini mostrerebbero agli iniziati tale «mistero grande, meraviglioso, perfettissimo, da contemplare colà in silenzio; la spiga mietuta» è il Phōstēr – «astro», ma anche «illuminatore» – grande e perfetto che proviene dall’Uomo senza figura. Qualcosa di analogo era capitato secoli prima, quando un altro discendente da una divinità, Ermete Trismegisto, iniziò la costruzione delle piramidi d’Egitto. Questi altri non era che l’Hermes am-Miñr–, padre dell’alchimia, il «tre volte grande», summa dei due precedenti Hermes. Secondo una tradizione molto antica, rintracciabile in Varrone (apud Agostino, De civ. Dei 18, 3-8) e poi trasmigrata nel mondo arabo si distinguerebbero infatti tre Hermes, di cui il primo, identificato con il patriarca Enoch e vissuto in Egitto, è l’«Hermes degli Hermes» (Hermes al-Harāmesah); mentre il secondo, babilonese, equivalente al Mercurio dei Caldei (Nabu/Nebo), è l’Hermes al-Bābelī. Il geografo e astromante Al-Bīrūnī asseriva di aver letto in uno scritto ermetico che all’epoca di Hermes il punto vernale coincideva ancora col sorgere eliaco delle Pleiadi. In che significa, tenendo conto della precessione degli equinozi, che ciò avveniva più di 5300 anni fa, quindi il dato tradizionale sposterebbe l’edificazione delle piramidi in piena era neolitica. Sono le chimere del mito alle quali hanno dato ascolto i primi viaggiatori e antichisti, fra essi un posto di rilevo è tenuto dal poliedrico gesuita barocco Athanasius Kircher. È lui a recare all’Occidente la favola delle piramidi costruite dal terzo Hermes, fondatore della città di Enochia e della città di Ormuz sul golfo Persico. Per quanto riguardava la conoscenza dell’Egitto, padre Kircher si appoggiava alla testimonianza di Pietro Della Valle e sulla descrizione delle piramidi e delle mummie contenute nei suoi Viaggi (Roma 1650: lettera XI del 25.I.1616). Un testo che a suo modo aggiornava i racconti di Erodoto contenuti ne Le storie (2, 86-88). Le piramidi sono delle vere e proprie montagne artificiali, prive di ornamenti, la cui grandezza risalta se paragonata alle costruzioni di Roma antica, come il Pantheon. I blocchi di pietra impiegati nei lavori, per cui è occorsa una fiumana di schiavi addetti, sono giganteschi: se percossi con un martello metallico, risuonano come campane di bronzo. L’opera è imponente, e dalla cima non si riesce a scagliare una freccia oltre il perimetro di base. L’emblematicità dell’insieme consiste nel fatto che ogni piramide è il monumento funebre innalzato a ricordo di un re. In un labirinto di percorsi la camera sepolcrale è mimetizzata nascondendone così i segreti e le ricchezze.
2. UN GRAAL LEVANTINO
Il tempio cela sin nelle sue origini un’ambiguità polifunzionale: un dio mescola i propri destini con l’umanità, si costruisce la sua dimora, l’uomo la riutilizza, sovente la distrugge, legandone i destini a un fatto cruento, trasformandola in un sepolcreto che è «memoria» mnemeion. Una congerie di significati dei quali si è appropriata la ierostoria cristiana, in quello che ne è il motivo più suggestivo, il mito del Graal. Fra l’ultimo quarto del XII e il primo del XIII secolo, fiorisce in Europa un ciclo di narrazioni incentrate sulla ricerca di un misterioso oggetto: il Graal. Gli elementi fantastici che vengono a fondersi in queste storie sono molteplici ed eterogenei quanto a origini, ma di fatto sembra ragionevole ammettere che la trama complessiva del racconto risponda ad una sorta di struttura mitologica archetipica e quindi presente sotto diverse forme in svariate tradizioni religiose sia occidentali che orientali. In ogni caso il gruppo di testi che costituiscono il nucleo fondamentale del cosiddetto «ciclo del Graal», fornisce della leggenda una visione se non completamente omogenea, certo già inquadrata in una dimensione mitologico-cristiana, anche se in maniera non completamente «ortodossa». Sulla corrente identificazione del Graal, sull’origine della parola e sulla natura dell’oggetto a cui si riferisce si è polemizzato per decenni. Di fatto sappiamo che nei vari testi del ciclo il Graal è rappresentato essenzialmente sotto tre forme: un oggetto immateriale; una pietra; una coppa, bacino o vassoio (una forma mista è una coppa ricavata da una pietra). La versione più antica a noi pervenuta della storia del Graal è il Perceval di Chrétien de Troyes, un chierico tra gli altri al servizio di Maria d’Aquitania, figlia di Eleonora e moglie di Enrico I di Francia. Quasi contemporaneo di Chrétien è il «Romanzo» di Robert de Boron (ca. 1190) noto come Joseph d’Arimathie (il «Giuseppe d’Arimatea»), prima parte di una trilogia che doveva comprendere anche un Merlin ed un Perceval. Segue una filza quasi interminabile di testi il cui apice narrativo e dottrinale è il Parzival di Wolfram von Eschenbach, opera tarda (ca. 1200-1210) che tradisce influssi orientali, segnatamente iranici. Wolfram von Eschenbach avrebbe trovato la materia del Parzival in un manoscritto arabo opera di Flegetanis, un astronomo ebreo di Toledo. Questo però non in modo diretto, poiché avrebbe letto del manoscritto in un fantomatico libro di un ancor più fantomatico Kyot, una sorta di trovatore provenzale. Gahmuret, il padre di Parzival, trae significativamente il suo nome dall’Uomo primigenio iranico Gayōmard, nei testi manichei chiamato Gehmurd. Da una donna mussulmana, la regina Belacane, Gahmuret ha un figlio di nome Feirefiz, fratellastro quindi di Parzival. Belacane, è la regina di un singolare paese chiamato Zazamanc, probabile esito del medio-persiano zāz a-marg, «erba senza morte», «terra immortale», la landa paradisiaca antecedente la «caduta» di Gayōmard, il cui nome è il composto gayo-mərəta «vita mortale». Belacane viene descritta «nera come la notte», cioè come la Jehi, la prostituta ahrimanica che nel mito mazdeo uccide Gayōmard, mentre Herzeloyde, la madre di Parzival, è detta «chiara come la Luce del Sole». A Feirefiz, il fratello levantino, Wolfram von Eschenbach conferisce quasi altrettanta nobiltà che a Parzival. Questo non a caso, poiché il nome Feirefiz porta anch’esso una memoria iranica: è probabilmente il plurale di fīruzīh, termine che in medio ed in neo-persiano significa «vittoria» e al contempo designa il colore «turchese». Il Monte sul quale appare il Saoshyant, il Salvatore iranico, ai Re Magi è per antonomasia il Mons victorialis, resa latina del siriaco Tur neshane, il Jabal al-fath delle fonti arabe. Esso è quindi il fīrūz-kūh, il «Monte delle Vittorie» che è anche il «Monte turchese». Espressione del fluire del tempo in senso aionico, cioè del succedersi di passato-presente-futuro, figurato nei Tre Re Magi della tradizione evangelica, la rappresentazione del Monte colorato si riallaccia a un significativo mito che troviamo in un testo dell’Iran zoroastriano, il Bundahishn. Qui troviamo una città fluttuante nell’aria, come il Graal di Wolfram von Eschenbach, il lapsit exillis, deliberata corrutela e contrazione del latino lapis ex coelis, «pietra celeste». Per gli antichi le pietre preziose sono stelle cadute: le pietre, nascoste nella terra, sono raggi solari o planetari materializzati, che conservano le stesse proprietà delle stelle dalle quali provengono, benefiche o malefiche che siano. Questa città prende il nome di Kangdiz ed è una sorta di montagna volante. Kangdiz è inoltre circondata da una fila di sette mura di colore differente: sette lati dai sette colori, che probabilmente corrispondono, come i kishwar, le sette regioni dello ierocosmo iranico, a sette modalità di esistenza delle quali ne è percepita solo una, cioè la realtà sensibile di tutti i giorni, il cosmo in senso lato, nella sua colorazione «turchese». Circa sessant’anni dopo Wolfram, ma sempre restando nell’ambito della medesima tradizione, il poeta germanico Albrecht von Scharffenberg scrisse (nel 1270) un’opera dal titolo Der jüngerer Titurel («Il giovane Titurel»), che parla dell’antica famiglia del Graal; in particolare di Titurel, nonno di Parzival. Albrecht cosí descrive il Tempio del Graal: «Nella terra della salvezza, nella foresta della salvezza, si erge un monte solitario, la Montagna della Salvezza; il Re Titurel la cinse di mura e vi costruí un ricco castello perché fosse il Tempio del Graal: il Graal allora non aveva una sede fissa, ma vagava, invisibile, nell’aria». Albrecht passa quindi a descrivere la montagna: fatta di onice, la sua vetta è priva di terra; era stata talmente levigata e pulita che «risplendeva come la Luna». Il Tempio è alto, rotondo, a cupola, con il tetto d’oro; all’interno, il soffitto è incrostato di zaffiri a rappresentare il cielo azzurro, ed è incastonato di carbonchi raffiguranti le stelle. Un Sole d’oro ed una Luna d’argento, mossi artificialmente, percorrono gli emisferi, mentre i cembali vengono colpiti regolarmente per scandire il trascorrere delle ore. L’intero Tempio è colmo d’oro e tempestato di gemme preziose. Per lungo tempo, tutto quanto venne considerato un mero artificio letterario, nient’altro che una bella fiaba. Solo nel secolo ormai trascorso qualcuno ha richiamato l’attenzione su una località realmente esistita, che possedeva una straordinaria rassomiglianza con la descrizione albrechtiana del Tempio del Graal.
3. LA MAGIONE DI COSROE
Agli albori del VII secolo d.C. il re persiano Cosroe II Parwiz (590-628 d.C.) edificò uno straordinario palazzo che chiamò Taxt-i Taqdis, «Trono degli Archi» – ora noto come Taxt-i Sulayman, «Trono di Salomone» – sulle alture sacre di Shiz nella Media Atropatene, l’attuale Azerbaigian. Era il centro del culto dei Magi zoroastriani: in esso si ergeva un tempio del fuoco, lo Ādur Gushnasp, il «fuoco del destriero» o «dello stallone», cioè gushn-asp, (dal medio-persiano gushn = maschio e asp = cavallo), uno dei quattro grandi fuochi sacri dell’impero sassanide, il fuoco dell’aristocrazia guerriera. Il santuario era ritenuto un’immagine del centro del mondo: i re della dinastia sassanide, cui Cosroe apparteneva, ritenevano Shiz il luogo di nascita di Zoroastro. Parte di queste notizie si leggono in un mitografo arabo, al-Qazwīnī, che a sua volta le trae dal racconto di Mis‛ar b. Muhalhil, un viaggiatore in cerca di metalli preziosi (in A. ARIOLI, Le città mirabili. Labirinto arabo medievale, Mimesis, Milano 2003, p. 55; 132). Nell’altipiano dell’antica Media, a circa 2000 metri sul livello del mare, s’innalzano le bocche di due vulcani spenti, i cui crateri posseggono struttura differente: sferoidale l’uno, piramidale l’altro. Tra questi due vulcani si stende una pianura verdeggiante su cui sorge l’attuale città di Tazekand. Il vulcano sferoidale si erge a Sud-Est della pianura: si tratta di una collina di pietra calcarea alta circa 60 metri, rotonda e piana come un tavolo, terminante in un pianoro roccioso circolare che misura 320 metri da Ovest ad Est e 400 metri di diametro nella direzione Nord-Sud. Questo spazio ellittico è circondato dalle rovine di una muraglia di 1100 metri di circonferenza, nella quale si aprono due possenti porte. All’interno di questo temenos, di questo recinto sacro, si ergeva il Tempio del Fuoco collegato all’imponente e maestoso santuario costruito da Cosroe II, che dava il nome a tutto il luogo, Taxt-i Taqdis, «Trono degli Archi». Qui, nella cosiddetta «Sala del Re», il sovrano sassanide si recava per ricevere l’investitura per mano dei mowbed (< avestico *magu-pati-, «signore dei magu-»), i maggiorenti del clero sassanide. Si narra che il tempio ospitasse una colonna sormontata da una Stella d’oro: un corrispettivo cultuale della Stella mitica che nelle tradizioni orientali sui Magi evangelici si manifestava in cima ad una Colonna di Luce discendente dal cielo. Il santuario di Taxt-i Sulayman – come il Tempio del Graal – era un microcosmo: era sovrastato da una cupola dorata interamente rivestita di pietre azzurre a rappresentare il cielo; diaspri ed altre pietre preziose effigiavano in forme diverse il Sole, la Luna e gli astri. Leggiamo in al-Qazwīnī: «a Shīz c’è un tempio del fuoco d’estrema importanza per i Magi, donde divampano i fuochi dei Magi da Oriente a Occidente, sulla cui sommità c’è la cupola a forma di mezzaluna d’argento. Dicono che sia un talismano di cui molti invasori cercarono, senza esito, d’impadronirsi. Cosa mirabile di questo tempio è che essi fanno ardere il fuoco da settecento anni senza che vi sia assolutamente cenere, e senza che il fuoco si sia mai interrotto, neanche per un’ora». La cupola talismanica la rende inviolabile, impenetrabile alle pietre catapultatele contro dal nemico assediante (in ARIOLI, Le città mirabili, p. 41). L’intera struttura del Taxt sorgeva al di sopra di un pozzo nascosto, entro il quale pariglie di cavalli giravano in tondo, provocando lo spostamento dell’edificio in armonia con i cicli zodiacali e il variare delle stagioni. Il luogo riproduceva la cosmografia iranica, era un giardino, il pairi.daēza, il paradeisos in cui il Salvatore-Re si manifestava. Era il luogo sito ai piedi del mitico monte Harā, il «bianco monte» = *spēd-parwān, dal quale sgorga l’acqua taumaturgica della dea Arədvi Sūrā Anāhitā, un’acqua salvifica colma di xvarənah (> pahlavi xwarrah), di forza luminosa, che alimenta l’eterno mare onirico Vouru.kasha (> pahlavi Varkash). Al centro del cratere di Taxt-i Sulayman e quindi al centro del tempio, delimitato da un bordo calcareo, si stende un lago dai colori iridescenti. Il lago riceve le acque apparentemente da una sorgente situata a nord, ma altre fonti sotterranee fanno sì che il suo livello rimanga costante: sono le perenni e immutabili acque colmanti il mare dell’antica cosmografia iranica, l’immensa distesa acquatica al centro di Xvaniratha, l’unica delle sette «regioni», dei sette kishwar, in greco klimata, a cadere sotto la percezione ordinaria. A Nord del lago, nella topografia del santuario di Taxt-i Sulayman troviamo il tempio della «dea liquida» Arədvi Sūrā Anāhitā, divinità le cui acque inesauribili alimentano perennemente il mare Vouru.kasha. Quando il santuario venne distrutto, in una serie di incursioni prima cristiane poi mussulmane, l’intero paese parve morire sotto il giogo dell’oppressore, proprio al modo in cui nelle storie del Graal l’aridità della «terra desolata» è considerata una diretta conseguenza della morte simbolica del Re del Graal. Ma altri indizi di una mitologia graalica affiorano qua e là nella lirica e nell’epopea neopersiana: Hāfiz, il Petrarca di Shiraz celebra, cantando nel suo ghazal, la coppa di Jam (Jamshīd) anelata e inseguita dal «fedele d’amore». Nella cerca il peregrino incappa nel decano dei Magi: solo lui può scioglierne l’enigma (trad. S. Pellò in Poesia dell’Islam, cur. G. SCARCIA [La memoria, 599], Sellerio, Palermo 2004, pp. 191-192). Jam o Jamshīd è un mitico re, nel quale ritroviamo Yima (o Yima Xshaētā, lo splendente Yima) il primo uomo e signore dell’età aurea secondo le più antiche tradizioni iraniche (avestiche); egli salva l’umanità da una catastrofe naturale, una tremenda glaciazione, costruendo un magico recinto, il Vara, il luogo dove si sarebbero conservati immortali i migliori uomini, le più belle e virtuose donne, gli animali e le piante eccellenti, in attesa del ritorno della Luce e della Salvazione. Yima, fra i mortali, riluce in sommo grado di splendore vittoriale, lo xvarənah, che smarrisce in seguito a una trasgressione. Una grave maculazione, che per alcuni è l’aver sacrificato e mangiato carne e per altri l’incesto demonico con la sorella gemella: è il preludio di un inesorabile declino, culminante nell’avvento del diabolico Zaïï…k (il drago Aži-Dahāka dell’epica avestica), l’oppressore che ucciderà Jamshīd segandolo verticalmente in due con una lisca o un «osso di pesce». La coppa di Jamshīd – secondo Hāfiz – è un calice iridescente in cui si rifrangono miriadi di forme. La coppa è figura dell’azzurro cielo cristallino, un recipiente astrale simile alla «Tavola di Re Salomone», lo specchio zodiacale nel quale si può intravedere e contemplare l’universo intero. Secondo alcune versioni de Le mille e una notte, nella «Tavola di Re Salomone» si riflettevano l’intero cosmo e i volti di tutte le generazioni dell’uomo, a partire da Adamo. Altre fonti narrano di una Perla cosmogonica quale «Tavola del Destino Celeste», che si estende da Est ad Ovest e che occupa quasi tutto lo spazio tra Terra e Cielo. È il panorama visionario di un hadit a Corano XLVII,6 ss., dove leggiamo del Profeta Maometto rapito in cielo (il mi‛raj) intento a contemplare «una cupola di bianca perla» da cui scaturiscono i quattro fiumi dell’Eden. La perla – cantata da Hāfiz – «che è fuori la vuota conchiglia del cosmo», cercata dal poeta «tra gente perduta alla strada del mare».