Mario Mariani (Solarolo 1883 – S. Paolo del Brasile 1951, da non confondersi con il romanziere Francesco Lodi, che fu ripubblicato negli stessi anni con lo pseudonimo Mario Mariani) è stato, prima dell’avvento del fascismo, uno degli scrittori più letti d’Italia. Giornalista (fondò i periodici “Novella” e “Commedia”, di cui assunse la direzione), traduttore, autore di romanzi, novelle e racconti, di opere filosofiche e politiche, Mariani fu il narratore di una crisi che trovò forma strategica nei suoi “romanzi del piccone”, corrispettivo letterario di un sofisticato e originale pensiero della condanna. Dopo il secondo dopoguerra, gran parte della sua opera narrativa è stata largamente rimossa e osteggiata per il carattere rivoluzionario che la contraddistingue.
Dalla postfazione della nuova edizione de La casa dell'uomo, Lupetti, collana "I Rimossi", a cura di Massimo Rizzardini
Quattro anni fa io ho pubblicato “La casa dell’uomo”, un romanzo che, almeno come struttura e procedimento d’arte – e questo non lo può negare nemmeno Domeneddio – era, per la letteratura italiana, una novità assoluta. L’impalcatura, a fresco – la si chiami come si vuole – oggi la scimmiottano tutti; anche i letterati che dicon male di me. Ebbene: il pubblico “La casa dell’uomo” se l’è scovata e letta da sé. E ne ha fatto salire la tiratura a trentamila copie. La critica?… “La casa dell’uomo” ha avuto sei righe di recensione in tutto il giornalismo italiano. E potrei citare ignobili romanzetti, rifritture idiote di vecchie forme e di vecchie cose che han fatto sciupare ai cotidiani venti colonne di recensione. Perché? Perché l’autore si raccomandava e – i criticonzoli sono sempre anche letteratucoli – come concorrente non dava ombra1.
Mario Mariani scriveva queste poche ma significative righe su La casa dell’uomo in un’opera del 1919. Così… per ridere è una raccolta di racconti il cui tono sarcastico trova la giusta compensazione nelle pagine in appendice, quelle da cui traggo la citazione. Ma da ridere, come si può capire, non c’è quasi nulla. L’ironia di Mariani è uno sguardo che evoca la risata esorcistica su di un mondo volto alla fine, dopo essere precipitato nelle brutture del buio morale. Come ho avuto modo di scrivere recentemente a proposito di Povero Cristo2, sono pochi coloro che oggi si ricordano dello scrittore che, negli anni tra la fine del primo conflitto mondiale e l’avvento del fascismo, fu tra gli autori più letti dal pubblico italiano. In alcuni passi della sua breve autobiografia o nelle postfazioni di altri romanzi, alcuni dati di vendita sono riportati dallo stesso Mariani: trentamila copie sono per l’epoca un numero che lo rese, insieme a Guido da Verona, un bestseller ante litteram. La notorietà, tuttavia, gli aveva in poco tempo procurato molte invidie e alcuni episodi di sfruttamento commerciale. Uno in particolare si lega al nome di Francesco Lodi che, vissuto non molto tempo prima, aveva utilizzato per firmare i suoi romanzi lo pseudonimo Mario Mariani. Il successo del vero Mariani fece correre all’oro alcuni editori poco scrupolosi, che ne ristamparono immediatamente le opere. Il caso era ancora vivo negli anni Sessanta del secolo scorso: ristampando la collana “Opere complete”, l’editore Sonzogno, l’ultimo che abbia ripubblicato Mariani, nel colophon fece aggiungere che “alcuni romanzi da marciapiede dai titoli: I peccati della vergine; La prima notte di nozze; Lo scandalo del giorno, furono scritti, prima che l’autore nascesse, da certo Francesco Lodi, morto, a quanto si assicura, in America”. Coincidenza singolare è che anche Mariani, quello vero, andò a morire lontano dall’Italia, in Brasile, dopo essere tornato per qualche tempo alla fine della grande guerra. Aneddoti editoriali a parte, la vita di Mario Mariani fu tutt’altro che semplice. Se negli ultimi anni alcuni studi3 – peraltro molto apprezzati – hanno ripercorso i passi dell’uomo politico e letterario, producendo la pubblicazione di documenti in taluni casi rimasti inediti, è invece del tutto inspiegabile il grave silenzio editoriale che fa oggi di Mariani uno straordinario esempio di rimozione. A ciò si aggiunga che in tempi recenti la ripubblicazione di alcuni autori coevi come Pitigrilli, Guido da Verona, Oriani, mostra ancora una volta l’ostracismo di un personaggio scomodo, maledetto, irriducibile. Sarebbe troppo facile liquidare Mariani come uno scrittore che fu osteggiato dal fascismo (il 15 ottobre 1925 la Prefettura di Milano ordinò il sequestro delle opere) e che non godette di fortuna allorché le sue opere vennero riproposte al pubblico. Questa ricostruzione omette infatti alcuni particolari sui quali non è possibile sorvolare: Mariani è tra gli autori più incisivi (e non soltanto prolifici, dato che le opere ufficiali sono ben ventitre) dell’ultimo secolo, è stato senza dubbio un grande scrittore e un competente teorico della letteratura, ha prodotto alcune opere di filosofia politica (Il ritorno di Machiavelli o L’equilibrio degli egoismi, per citarne due fra le più celebri) che accesero il dibattito italiano dell’epoca. E non è tutto. Giornalista di razza (fondò e diresse i periodici “Novella” e “Commedia”) e interventista dichiarato al tempo della prima guerra mondiale – poiché sperava che da essa potessero nascere i germi di una nuova società e di una nuova politica – Mariani fu soprattutto il banditore di una nuova figura nel panorama letterario e culturale dell’Italia provinciale di quegli anni: lo scrittore di battaglia, ovvero un artista armato, rivoluzionario, che sappia sostituire il fucile con la penna e “sparare” parole a raffica sulle pagine dei propri libri “reagenti”. Benché alcune di queste teorie siano state formulate in forma più organica solo nella prefazione a Il suddito di Heinrich Mann (1919), esse paiono già ampiamente utilizzate ed esposte negli scritti precedenti. Mi riferisco in particolare ai “libri del piccone”, ciclo del quale fanno parte La casa dell’uomo e Povero Cristo, e ai “romanzi della resurrezione”, successivi alla pars destruens del suo programma politico-letterario. La nascita alla letteratura del picconatore segue la “morte” della prosa descrittiva e degli autori che concepiscono l’arte come fine a se stessa, ma il contributo più determinante del nuovo romanzo di Mariani è l’epica del rovesciamento dei valori tradizionali e la narrazione dell’idea rinnovatrice4. Tema silenico che richiama alla memoria alcune pagine di Giordano Bruno e di Nietzsche, il rovesciamento è la chiave per comprendere le ragioni della crisi e l’emergenza della rinascita. In questa dialettica, che vive nelle pagine di Mariani per vivere più a lungo – nelle intenzioni del suo autore – nelle pagine della Storia, si inscrivono le sorti dell’uomo che abita la casa di Nanna. “Una casa simile a tutte le atre case”, “una casa idiota e sbadigliante: una casa qualunque, posta in una strada qualunque, di una città qualunque”.
Perché il lettore possa abitare anch’egli La casa dell’uomo, perché possa sentirsi parte del (con)dominio, è necessario che prenda le mosse dalla fine o, se si vuole, dall’inizio. Nel romanzo di Mariani l’ingresso e l’uscita della casa coincidono come l’ingresso e l’uscita dell’autore nella struttura narrativa del romanzo. L’inizio e la fine di esso chiudono e delimitano il palazzo della tragedia borghese e mantengono omogenea – integra - la scansione episodica della macchina scritturale. Il primo narratore (Mariani) e il secondo (Nanna) si riconoscono a un primo sguardo, sono l’uno il doppio dell’altro. “La vecchia zingara capì che io ero uno zingaro”. Il tema del nomadismo è all’origine della frantumata visione del mondo di Mariani. Il libro di battaglia è espressione di un movimento che trova nel modello letterario del vagabondo l’espressione più estrema e eterodossa rispetto alla codificazione del mondo cristiano-borghese. Di contro al paradigma ipostatizzato di una morale che si regge sull’ipocrisia e sulla menzogna, e che è figlia di entrambe, lo scrittore armato e rivoluzionario si estromette negando il positivo. Il nomadismo equivale alla cancellazione del punto di vista, del centro come origine definita, della rigidità dell’imposizione e infine del mondo così come esso si dà nella storia. Dunque l’angolo di osservazione si riduce a quello della portineria, che oscura il primo narratore (vista la piena coincidenza) e si sovrappone all’occhio del lettore, divenuto anch’egli, come Nanna, custode e biografo degli abitanti della casa.
1. Mario Mariani, Breve autobiografia. Lettera a Enrico Cavacchioli, pubblicato in appendice a Così… per ridere, Sonzogno, Milano 1919, 265-6. 2. Mario Mariani, Povero Cristo, a cura di Massimo Rizzardini, Melquíades, Milano 2007. 3. Cito per tutti: E. Falco, Mario Mariani tra letteratura e politica, Roma, Bonacci 1980; M. C. Pattuelli, Il monatto della società borghese. Il percorso letterario e politico di Mario Mariani, in “Rivista storica dell’anarchismo”, VI (1999), 2; Paolo Sensini, Mariani e Rizzi contro i politici di professione, in “Libertaria. Il piacere dell’utopia”, IX, nn. 1-2, gennaio-giugno 2007, pp. 75-79; Enrico Tiozzo, Il poema di un’idea. Sovversivismo e critica della società borghese nell’opera di Mario Mariani, Aracne, Roma 2007. 4. Cfr. Massimo Rizzardini, “Il veleno della scrittura: Mario Mariani e i romanzi del piccone”, in Mario Mariani, Povero Cristo, a cura di Massimo Rizzardini, cit., 211-32.