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Il libro di febbraio: «Im-marginable»,
di Federico Sabatini
di Simona Mazzi Ridris

 

Il libro del mese: uno spazio che abbiamo scelto di dedicare alle pubblicazioni più interessanti del panorama filosofico e culturale italiano. Scrivendo alla nostra redazione, vi daremo l'opportunità di entrare in dialogo con l'Autore. I dibattiti e le riflessioni maturati saranno disponibili on line nella nostra rivista.



Autore: Federico Sabatini
Titolo: «Im-marginable». Lo spazio di Joyce, Beckett e Genet
Editore: Aracne
Prezzo: € 15,00
Dati: pag. 264





Edito da Aracne nel 2007, il libro di Federico Sabatini presenta una profonda riflessione sul rapporto che intercorre tra spazio, coscienza e percezione, e sul continuo intersecarsi delle loro reciproche e simultanee relazioni di influenza e interferenza. Il punto di partenza dell’analisi è una concezione della percezione spaziale come necessariamente aleatoria poiché influenzata da una coscienza inaffidabile e perennemente in mutazione, la quale va continuamente modificandosi in disegni imprevisti e imprevedibili a causa delle stesse circostanze spaziali in cui è collocata, in un connubio che, a sua volta, dimostra di influire fortemente sulle modalità percettive dell’essere. Sorretto da una solida argomentazione teorico-filosofica (che attinge, tra gli altri, ad Aristotele e Platone, Bruno, Cartesio, Berkeley e Lucrezio), il saggio di Sabatini offre, in primo luogo, l’analisi comparata di tre importanti autori del novecento (Joyce, Beckett e Genet) alla luce del tema portante e conduttore dello spazio e della spazialità. Dei tre autori principali (anche altri vengono infatti chiamati in causa, da Woolf a Coleridge, e da Proust a Leopardi), oltre a fornire una chiara introduzione alle rispettive poetiche, l’autore analizza le loro specifiche attitudini rispetto alla ricreazione spaziale, un concetto che, come più volte ribadito nel testo, va inteso in maniera duplice. Da un lato la ricreazione “coscienziale” dello spazio da parte dei personaggi dei romanzi trattati e, dall’altro, la ricreazione linguistica od estetica che dello spazio percepito (vissuto, immaginato, ricordato o fantasticato) forniscono i tre scrittori, scegliendo tecniche precise e accorgimenti stilistico-letterari molto utili anche per comprendere le loro rispettive poetiche in generale. Se a questo si aggiunge che molti dei personaggi da loro ricreati sono anche artisti o scrittori, si noterà allora l’inevitabile scarto estetico che favorisce un’apertura teorica verso un altro campo di interesse, quello legato alle nozioni di identità, scrittura del sé, rappresentazione/ricreazione della coscienza autobiografica o, come nel caso di Genet, addirittura omodiegetica. Ciò che unisce i tre scrittori, seguendo l’argomentazione del critico, pur nelle loro differenze di stile e di contenuti, è una concezione di spazio “immarginable”, come recita il titolo del volume. Si tratta di un mot-valise creato da Joyce nel primo libro di Finnegans Wake, un termine che risulta particolarmente illuminante per ogni indagine circa il complesso e sfumato rapporto che si instaura tra la coscienza e lo spazio percepito. L’esercizio stilistico e concettuale di Joyce va fatto risalire all’influenza su di lui esercitata da Giordano Bruno, sul quale egli aveva già scritto negli anni giovanili. Nel termine, Joyce volle far confluire nozioni di immaginazione, illimitatezza, figurazione e misurabilità, evocando nell’inimmaginabile nozioni di infinita apertura, spaziale e mentale, e possibilità di riproduzione e di ricreazione, oltre che all’esigenza (condivisa dai tre autori studiati) di far scaturire una molteplicità di punti di vista in una qualsivoglia ricreazione spaziale o percettiva, abbandonando la concezione materialista/cartesiana di un centro stabile e definito, e scegliendo invece quella bruniana, quella cioè di un centro che cede sempre il posto ad un altro centro, in un processo sensoriale potenzialmente infinito. Nei primi capitoli, il critico opera un’attenta analisi testuale di alcuni racconti di Dubliners, soffermandosi su quegli aspetti di sperimentazione linguistica (specialmente il confluire, nello stile, di elementi non solo letterari ma anche provenienti dalle arti visive, incluso il cinema) che poi sarebbero esplosi nella produzione successiva dello scrittore irlandese, come e soprattutto in Finnegans Wake. In seguito, nel capitolo centrale, viene offerta la comparazione tra Joyce e Beckett, sottolineando non tanto le comuni divergenze stilistiche, quanto soprattutto le somiglianze, le quali vanno giustamente rintracciate nella narrativa di Beckett. I testi citati, e ampiamente analizzati, sono Proust (il saggio teorico contro il materialismo) e i romanzi Molloy, All Strange Away, e l’incompiuto e poco studiato From an Abandoned Work. Facendo riferimento soprattutto alla fenomenologia della percezione di Merleau-Ponty, ma anche a Ulysses di Joyce e a Sans di Beckett (tradotto in inglese Lessness, ovvero riduzione infinita e illimitabile che non raggiunge mai lo zero o il nulla assoluto), Sabatini suggerisce il carattere simultaneo di ipertrofia e ipotrofia nell’opera e nello stile dei due autori, i quali sono rintracciabili in entrambi nonostante gli esiti divergenti della loro prosa nelle opere finali. Infine, alla luce del pensiero di Gaston Bachelard, nel quale sembrano confluire tutti i temi affrontati in precedenza, il saggio si apre all’analisi di Jean Genet, un autore che solo a prima vista appare come lontano dall’estetica di Joyce e ascrivibile piuttosto alla tradizione esistenzialista di stampo francese. In realtà, il percorso esegetico affrontato nel libro dimostra come certi assunti filosofici abbiano influenzato autori di per sé molto diversi, e tutti però accomunati dall’intento di ricreare non tanto l’esperienza umana ma la sua complessità, l’unico canale possibile per giungere all’essenza, pur se temporanea e ineffabile, di una realtà frammentata e ricostruibile in(de)finitamente. I tre autori sembrano infatti condividere una “poetica della riduzione” (nel favorire gli spazi angusti e claustrofobici) e una simulatanea “poetica dell’espansione” (nell’accento posto sui momenti di rêverie e di ispirazione poetica) nelle ricreazione spaziali, le quali si accompagnano a quella che Sabatini definisce una “poetica dell’ampliamento”, ossia tutte quelle tecniche formali e stilistiche in grado di assalire e di ampliare i limiti del linguaggio ordinario e di quello letterario tradizionale, così come espresso nella puntuale introduzione del libro: “…spazio del linguaggio e linguaggio dello spazio che dunque si penetrano a vicenda, esplorando aree semantiche inaspettate e ri-creando e ri-scrivendo sia le coscienze sia la spazialità attraverso la proteiforme densità del linguaggio letterario, e la sua porosità, la possibilità cioè di creare sulla pagina spazi tridimensionali e tangibilmente densi, ma anche capaci di instaurare una relazione dialettica tra il loro interno e il loro esterno, riproducendo la continua oscillazione tra immensità ed intimità, immaginazione e realtà, percezione e ricordo”.



 

 

pubblicato il 01/02/2008

 


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