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14 ottobre 2011
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Secretum, I Rimossi,
Antieroi, Crocevia

 

Bevivino Editore


Collana Secretum

Massimo Rizzardini, Per puro naso. La storia segreta della rinoplastica
Londra, ottobre 1794. La prestigiosa rivista Gentleman’s Magazine pubblica l’articolo di un corrispondente nelle Indie che descrive un delicato e complesso intervento chirurgico. A margine, il lettore può guardare il disegno del volto del paziente, con una piccola legenda a titolo esplicativo. Non è così scontato che possa comprendere, a un primo sguardo, di che cosa si tratti. Con ogni probabilità non ne ha mai sentito parlare e soprattutto non si immagina nemmeno che si possa realizzare ciò che il disegno e l’articolo stanno illustrando. Di tutti i segreti che poteva svelare sul finire dell’anno, il foglio periodico ha infatti scelto di raccontare il metodo che i chirurghi indiani utilizzano per eseguire la rinoplastica. Breve ed efficace, l’articolo non risparmia nessun dettaglio. Al maratto Cowasjee, prigioniero di Tippoo-Saëb, vengono amputati le mani e il naso. Da circa un anno vive deturpato dall’orribile mutilazione e sottratto alla vita sociale. Finché un chirurgo, un altro maratto, non trova l’ardire di compiere l’intervento raffigurato nel disegno del Gentleman’s Magazine e di ricostruirgli la piramide nasale attraverso un lembo cutaneo prelevato dalla fronte, scollato e peduncolato, ruotato sul difetto, ricucito e modellato secondo la forma del nuovo naso.

Davide Bigalli, Il mito della terra perduta. Da Atlantide a Thule
Platone narra la storia dell'isola di Atlantide, il cui esercito mosse, in tempi remoti, alla conquista delle terre del Mediterraneo, e venne sconfitto dagli Ateniesi. Cresciuta in prepotenza e orgoglio, la popolazione di Atlantide suscitava il corruccio di Zeus, che l'avrebbe inabissata nell'oceano. Nel corso dei secoli il mito ha abitato l'immaginario dell'Occidente, spinto a ricercare - attraverso tecniche sempre più sofisticate - i resti dell'immensa isola, di raffinata civiltà. Ma non la sola curiosità ha mosso generazioni di studiosi, di eruditi, di dilettanti appassionati e visionari, quanto piuttosto l'interrogativo sulle radici delle civiltà e sulle ragioni del loro sorgere. Alla storia di Atlantide si è coniugato un altro tema: quello di una dimora felice dell'uomo agli inizi della sua esistenza, ormai perduta, alla quale l'umanità tende a ritornare, per recuperare felicità e innocenza. Così il mito di Atlantide, identificata nell'epoca delle grandi scoperte con il Nuovo Mondo, si unisce al ricordo del Paradiso Terrestre, al rimpianto della Terra Primigenia. Il libro ricostruisce questo intreccio di miti, per coglierne la consonanza con l'inesauribile tensione dell'umanità a interrogarsi sulle proprie origini, e sul proprio destino: a un'Atlantide mobile nello spazio e nel tempo, si accompagnano altri racconti, da quello della Terra Cava alle leggende sull'estrema Thule. Di questi si rintraccia la presenza nella teosofia e nella geopolitica del nazionalsocialismo.

Massimo Rizzardini, Secretum. Alchimia, medicina
e politica del corpo nel Rinascimento

Quando Tommaso Garzoni pubblicò la sua Piazza universale di tutte le professioni del mondo (1585), fra le oltre cinquecento categorie di arti e mestieri registrò la comparsa di una nuova figura, che chiamò il professore de' i segreti. il sedicente esperto di cose occulte e sconosciute, scriveva il monaco agostiniano, bramava la ricerca più della vita stessa, era in alcuni casi autore prolifico e si impegnava nella divulgazione delle proprie scoperte. Allorché fosse rivolta ai buoni secreti, Garzoni considerava la professione una nobile sete intellettuale, comparabile all'investigazione del filosofo naturale. Dalla qualità del segreto dipendeva la nobiltà della professione. Se un professore inseguiva tesori rari ma del tutto inutili, richiamandosi alla magia in luogo dell'esperienza, allora otteneva "più fumo, che vivande". Il segreto oscurava il secretista, colui che l'aveva portato alla luce. I libri divulgativi erano chiamati libri, ricettari o compendi di segreti, i loro autori erano noti come "il glorioso" Fioravanti, il "pedemontano" Alessio, il poligrafo Girolamo Ruscelli, la secretista Isabella Cortese e il "medico de' disperati" Tomaso Zefiriele Bovio. Talvolta, invece, si conosceva il segreto ma non il nome di chi, per primo, lo aveva reso noto. Ciò accadeva perché, in clima di segretezza, la scoperta si accompagnava a fonti che non sempre potevano essere rivelate.

Francesco Gattici, La Zecca Aritmetica, a cura di Massimo Rizzardini
(collana Secretum, nel 2008 per i tipi di Lupetti editore)

La Zecca Aritmetica, con mirabile secreto, fu compilata dal visconte Francesco Gattici (probabilmente un omonimo del secentesco autore di commedie dell’arte) e dedicata al “dottor Imola”, Giovanni Battista Laderchi, legista e consigliere di Cesare d’Este. Stampata nel 1613 da Giacomo Sarzina, futuro tipografo dell’Accademia degli Incogniti, è una sorta di acuto divertissement collocabile a metà fra il gioco enigmistico, il gioco di prestigio e il comune passatempo. Si presenta come un libro costituito da 21 tavole recanti al proprio interno 60 riquadri contenenti, ciascuno, nomi di persona, nomi di città e differenti valute monetarie. Scopo del gioco, che coinvolge un numero minimo di due giocatori, è indovinare in tre sole mosse la moneta scelta dall’avversario, senza svelare il mirabile segreto che consente di trovare la soluzione. La Zecca Aritmetica va tuttavia collocata all’interno di una tradizione che non ha nel divertissement (fra Cinquecento e Seicento i libri/gioco, sebbene non numerosi, non sono da considerarsi casi isolati nella vasta produzione editoriale dell’epoca) il solo modello letterario di riferimento. Le velleità di Gattici, per ammissione stessa dell’autore che fa riferimento all’aristotelico concetto di memoria locale, non sono esenti dal fascino della mnemotecnica, della filosofia occulta e del linguaggio cifrato dei testi che promettono il dominio del sapere attraverso “chiavi” di penetrazione dei segreti del mondo naturale. Chiavi che necessitano di una comunicazione per enigmi, allegorie e signa. Il movimento delle monete, delle città e delle persone che Gattici descrive nel suo meccanismo ludico adombra, a suo modo e in una veste inconsueta, il grande movimento trasmutatorio dei procedimenti alchemici e spagirici che, dal Rinascimento in poi, occuperanno in forme diverse molti trattati occulti di filosofia naturale. I medesimi meccanismi, che molti autori, poligrafi e maestri di retorica avevano impiegato per spiegare la riduzione dello scibile a uno schema omnicomprensivo del reale, ritornano in una veste occulta e tuttavia – grazie al mirabile secreto - altrettanto efficace. Un segreto che nasconde un’ultima e altrettanto mirabile virtù: quella di costringere il lettore/giocatore entro un vortice di desiderio. Il desiderio di scovare, dentro La Zecca, un tesoro sempre più prezioso, un “oro così eletto, ch’appaga l’intelletto”.





Lupetti Editore


Collana Crocevia

Mario Valentino Bramè, Di che cosa è fatto il mondo?
È possibile oggi chiedersi "di che cosa è fatto il mondo", come fece Talete 2700 anni fa? La domanda metafisica per eccellenza è ormai di competenza dei fisici teorici i quali, sfortunatamente, non possono a tutt'oggi fornire una risposta univoca. Infatti, com'è noto, relatività generale e fisica quantistica ci danno due descrizioni alternative e incompatibili del mondo nel quale viviamo. Può una rivisitazione del pensiero metafisico - una forma di razionalità spesso accusata e ostracizzata in passato dalla stessa storia della filosofia - contribuire a fornire una via d'uscita a questa condizione di scacco? A partire dalla sorprendente Relatività di Whitehead per arrivare alla teoria delle Stringhe, l'autore elabora una definizione di metafisica che è innanzitutto strumento di lavoro ma anche capacità di affresco cosmologico, analisi relazionale e straordinaria opportunità di immaginazione scientifica.

Davide Bigalli, Massimo Rizzardini (a cura di), Mondi di carta
Come il muoversi nello spazio è definito dall'immagine del percorso, scandito nei momenti della partenza, dell'itinerario e dell'arrivo, così la scrittura narrativa procede in analogia, rivissuta nell'azione della lettura: tra le copertine del volume, è nascosto un intero mondo che si viene disvelando nel trascorrere delle pagine. La voce dell'autore propone continui spostamenti di punto di vista, nuovi paesaggi che si configurano in affinità con l'azione del viaggiare. Leggere assume quindi quella natura di gesto di follia che Goethe collocava come punto seminale del suo "Viaggio in Italia". Un mondo nuovo occupa la mente del lettore. In questo libro non si parla tanto, o soltanto, del viaggio come oggetto di narrazione, quanto piuttosto della forma mentale che unisce due esperienze umane. Si è voluto accompagnare alle indicazioni teoriche un esemplare esercizio di lettura rivolto a "La montagna incantata" di Thomas Mann. A indicare la valenza universale della scrittura di romanzo, sono assunti due esempi di forte impatto culturale ed emotivo: due riscoperte del sé, attraverso il Conrad di "Cuore di tenebra" e la lettura del cartesiano "Discorso sul metodo" come autobiografia di formazione.

Maddalena Mazzocut-Mis (a cura di), Estetica della fruizione
Nel libro, che raccoglie saggi inediti di indubbio spessore scientifico, la prima parte è dedicata all'analisi e formazione del giudizio di gusto a partire dal Settecento, secolo in cui l'interesse per un'indagine, volta a individuare una facoltà preposta alla valutazione e alla ricezione delle arti, si fa pressante e ricca di risvolti di grande interesse e originalità. La seconda parte si interroga sui limiti del gusto, andando a venderne le declinazioni all'interno dei confini della rappresentazione, coinvolgendo le categorie del brutto, del sublime, del melodrammatico, del kitsch, dell'orrore e perfino del disgustoso. Infine nella terza parte vengono sollevati temi specifici, a partire dall'oggetto verso il quale la fruizione si indirizza: le arti figurative, lo spettacolo in particolare. L'oggetto è ciò che viene incontro al soggetto che, predisposto a una fruizione consapevole, lo accoglie e, appunto, lo gusta.



Collana I rimossi
diretta da Massimo Rizzardini


Mario Mariani, La casa dell'uomo, a cura di Massimo Rizzardini
Anarchico e ribelle, ostile sia alla cultura cattolica che al marxismo "degenerato" del primo Novecento, Mario Mariani è stato fra le due guerre mondiali un autore molto letto dal pubblico italiano. Oggetto di un'assoluta rimozione, è oggi riproposto con uno dei suoi romanzi più celebri, "La casa dell'uomo", crudele e tragicomico affresco dei vizi della borghesia italiana. Mariani era scrittore combattente, che pensava la letteratura come forma di denuncia e veicolo di cambiamento. "La casa dell'uomo" fa parte del ciclo dei "romanzi del piccone", opere che nello spirito dell'autore dovevano servire a destare le coscienze e a rifondare la corrotta società italiana. Ecco dunque la casa, il condominio, la famiglia, divenire specchi di un'ipocrisia dilagante, covi del pettegolezzo e della menzogna, labirinti dell'idiozia imperante: solo scoperchiando la casa, e mostrandone il lato "nero" che si cela fra le mura, lo scrittore riesce a mettere in luce le debolezze della società cristiano-borghese e sancirne il fallimento finale.

L'anno 3000. Sogno di Paolo Mantegazza, a cura di Davide Bigalli
Paolo Mantegazza fu uno dei primi divulgatori delle teorie darwiniane in Italia. Noto al pubblico per l'opera "Fisiologia del piacere", nel 1897 diede alle stampe per i tipi di Treves "L'anno 3000", con il sottotitolo "Sogno" che suggeriva l'approccio ironico e scanzonato della propria creazione fantascientifica. Il romanzo è di fatto un'ucronia, ossia l'immaginazione libera e divagante di un futuro molto lontano e vissuto da Paolo e Maria a bordo degli aerotachi, bizzarre navicelle elettriche che consentono di muoversi rapidamente in spazi immensi. Fra intuizioni singolari (gli Stati Uniti d'Europa) e il saccheggio di plot narrativi tipici dell'immaginario (dai viaggi di Gulliver agli imperi della luna di Bergerac), il lettore è preso per mano e condotto a bordo degli aerotachi per un viaggio in cui la fantasia è il vero motore che mette in scena l'avventura.

Evgenij Zamjatin, Noi, a cura di Stefano Moriggi
"Per annientare il diavolo è permessa, si capisce, qualsiasi alterazione della verità - e così il mio romanzo scritto nove anni prima, nel 1920, è stato presentato come la mia ultima opera. È stata organizzata una persecuzione quale non si è mai avuta nella letteratura sovietica." Tratte dalla lettera che Evgenij Zamjatin (1884-1937) spedì a Stalin nel 1931 nel tentativo di vedersi commutata in esilio quella "privazione della possibilità di scrivere" che pesava sul suo animo come una "pena di morte", queste parole sono la testimonianza della dura censura che colpì "Noi", l'avveniristico e lungimirante atto d'accusa contro la spietata e progressiva diffusione del taylorismo nella società sovietica e la morsa totalitaria in cui la Russia sarebbe rimasta strangolata sotto il regime di Stalin. Nella città di vetro e di acciaio dello Stato Unico gli individui sono ridotti a numeri e vivono nel rigoroso rispetto dell'autorità del Benefattore, garante assoluto di una felicità "matematicamente" calcolata. Non esistono né vita privata né intimità. Le pareti degli edifici sono trasparenti, e anche il tempo dell'amore è scandito da orari e modalità rigorose. Scritto in forma di diario tenuto dal costruttore di una macchina spaziale, l'Integrale elettrico, che avrebbe il compito di esportare in tutto l'universo "il benefico giogo della ragione", "Noi" incarna una delle più sofisticate e lucide antiutopie della letteratura novecentesca.

Margaret Oliphant, La terra delle tenebre, a cura di Massimo Rizzardini
La terra delle tenebre apparve dieci anni prima della scomparsa di Margaret Oliphant, nel 1887, sul “Blackwood’s Magazine”, prima di essere pubblicato in volume nell’anno successivo per i tipi di Macmillan. Le storie fantastiche che contraddistinguono l’ultima parte della sua produzione ebbero battesimo nel 1882, ancora sulle pagine del “Blackwood’s Magazine”, con la pubblicazione della raccolta di racconti A Little Pilgrim in the Unseen. Ripresentati in volume da Macmillan, superarono le 20000 copie di vendita e consacrarono Oliphant come un’autrice di successo anche nel genere della letteratura fantastica, largamente praticata, letta e diffusa nell’età vittoriana. Fu lo straordinario impatto del libro a programmarne un secondo intitolato The Land of Darkness, along with some further chapters in the experience of Little Pilgrim (1888). La terra delle tenebre si distacca però dagli altri racconti neri essenzialmente per due motivi: il primo risiede nel fatto che il narratore non è Little Pilgrim, il secondo nella particolarità di questo viaggio nell’oltretomba, che assume una curvatura religiosa (e anti-epica) assente o quasi nelle altre opere della scrittrice.

Edmond About, Il naso di un notaio, a cura di Massimo Rizzardini
Tra la fine del 1500 e i primi anni del 1600 il filosofo calabrese Tommaso Campanella si trovò a ragionare sulle possibili conseguenze del trapianto di pelle nelle operazioni di chirurgia plastica. Riferendosi in particolare alle tecniche di ricostruzione nasale, Campanella si chiedeva che cosa mai sarebbe accaduto con la morte del donatore: poteva la sua pelle trapiantata in un altro individuo sopravvivere come una parte indipendente al tutto? Ispirato da queste preoccupazioni a metà fra la religione, la magia e la superstizione, nel 1862 Edmond About scrisse Il naso di un notaio, sarcastico e irriverente racconto che “romanza” la storia della rinoplastica scientifica. Dando vita a un irresistibile plot che unisce l’immaginario con la realtà e il linguaggio della medicina con quello narrativo, About mette in scena una sorta di teatro dell’assurdo per raccontare (come chiarisce la postfazione di Massimo Rizzardini) la “normalità” della fervida fantasia di fronte alle stravaganti e sconosciute stranezze della Storia. Il naso di un notaio va dunque letto alla stregua di un esercizio di stile che, come il diavolo di Pessoa, ci mostra l’altra faccia della realtà: una realtà che ci apparirà più falsa della sua finzione.

Günther Anders, La catacomba molussica, prefaz. di Massimo Rizzardini
Günther Anders scrisse Die molussische Katakombe agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso. Pronto per essere mandato alle stampe nel 1933, il manoscritto sfuggì al sequestro della Gestapo e, con qualche anno di ritardo, raggiunse l’autore nel suo esilio parigino, dopo aver “viaggiato” fra i bagagli di Hannah Arendt. Nel 1935 l’editore comunista Manès Sperber ne rifiutò la pubblicazione giudicando il manoscritto eterodosso rispetto alle linee del partito. Sottoposto a una seconda stesura nel 1938, l’utopia negativa di Anders ha conosciuto la pubblicazione solo nell’anno della sua morte, il 1992, senza con ciò esercitare alcuna influenza sulla letteratura distopica del ‘900. La catacomba molussica è la buia prigione di un immaginario paese (Molussia) alla vigilia della rivoluzione. Nel silenzio di questo tenebroso “mondo dei morti” i carcerieri mettono per iscritto i dialoghi di due condannati, Olo e Yegussa, unici detentori di una segreta verità del sottosuolo, contrapposta alla fallace e menzognera propaganda del superno “mondo dei vivi”. Da questo controcanto di fantasmi indefiniti e tuttavia recitanti, emerge la parabola della vera storia di Molussia e della ricerca di un senso che si vuole perduto e inattingibile, sepolto sotto le macerie della ragione, della politica e persino della rivoluzione. Lo scorrere del fiume ctonio e la sua schiuma di parole nere cantano la catastrofe della filosofia e dell’ideologia, ne scandiscono il processo disgregativo e giungono, fatalmente, a sancirne il fallimento ineludibile. Un fallimento che da Molussia e dalle altre porzioni di mondo descritte nel romanzo finisce con il compromettere i lettori di ogni epoca, a loro volta Olo e Yegussa, narratori e pazienti ascoltatori di un processo che si va consumando al di sopra di loro. Presentato qui, per la prima volta, al pubblico italiano, questo vangelo della catastrofe e del fallimento rivoluzionario costituisce di per sé un modello esemplare di letteratura rimossa, secondo una singolare corrispondenza che ha legato i temi dell’opera alla sua controversa fortuna.

E. W. Hornung, Raffles: il ladro gentiluomo, a cura di Arianna Bianchi
Grazie alla sua straordinaria capacità seduttiva, il protagonista Raffles trascina nel proprio universo di pericolo e crimini, l’ingenuo compagno di scuola Bunny, che si trova, suo malgrado, radicalmente incatenato alle malefatte del compare, tanto dal seguirlo anche di fronte a situazioni disperate. Sarà proprio lui a compiere i gesti più eclatanti, a correre i rischi più significativi, pur di risaltare agli occhi di Raffles. Giocatore di cricket di giorno, ladro raffinato di notte, Raffles è il capofila della lunga serie di “ladri gentiluomini” che tanto affascinarono romanzieri, registi e sceneggiatori. Figura carismatica, in lui s’incarnano in forma paradigmatica tutti gli elementi che diverranno tipici di personaggi molto noti, quali Rocambole o Arsenio Lupin: il piacere per il rischio, la bontà d’animo e l’amore per le belle donne. Ernest William Hornung (Middlesbrough, Inghilterra 1866 - St Jean de Luz, Francia 1921). Si formò alla Uppingham School, e, per ragioni di salute, nel 1883 si trasferì in Australia, terra che lo influenzò profondamente, come fonte di suggestioni e atmosfere particolari. Al suo ritorno in Inghilterra, scelse di dedicarsi alla stesura di romanzi: scegliendo l’Australia come soggetto privilegiato, compose articoli e racconti brevi, pubblicati su diversi periodici. Il suo primo romanzo, A bride from the Bush, venne pubblicato nel 1890. Nel 1893 sposò Constance Aimée Monica Doyle, diventando così il cognato del romanziere Arthur Conan Doyle. A questo periodo risale anche la creazione del personaggio di Raffles e la pubblicazione del primo romanzo che lo vede protagonista: The Amateur Cracksman (1899).

Octave Mirbeau, Il giardino dei supplizi, a cura di Massimo Rizzardini
Mirbeau scrisse Il giardino dei supplizi nel 1899, un anno dopo l’Affare Dreyfus. Da allora, la letteratura di Mirbeau si inasprì ulteriormente nel segno di una critica radicale della società occidentale e delle sue regole morali, delle istituzioni politiche, dei falsi ideali. Uomo di penna e di azione, Mirbeau conciliò i suoi istinti primigeni nella prosa del Jardin, mettendo in scena una crisi travestita dai panni colorati del romanzo esotico. Alla fine di un viaggio allucinatorio, rito di passaggio scandito dalle febbri, dal chinino e dalla corruzione, il lettore è preso per mano e condotto nelle viscere infernali del supplizio. Considerato per anni un romanzo pornografico e provocatorio, Il giardino dei supplizi è in verità uno spietato affresco di denuncia sostenuto dal racconto di un uomo che, inseguendo la verità, finisce per distruggere se stesso. La scrittura onirica e surreale di Mirbeau offusca, segmentando la narrazione, il tema ciclico del romanzo che avvolge la vicenda come un hortus conclusus: nel continuo alternarsi di vita e morte, corruzione e rinascita, peccato e virtù, Mirbeau celebra ciò che, senza ombre di banalità, avrebbe solamente chiamato vita. Octave Mirbeau (Trévières 1850 – Parigi 1917) è stato uno scrittore e drammaturgo francese di grande fama. Le sue opere, tradotte in più di trenta lingue e di enorme successo per l’epoca, descrivono con toni naturalistici la degradazione della moderna borghesia. Dopo i primi lavori, di ispirazione autobiografica (Le calvaire, L’Abbé Jules e Sébastien Roch), Mirbeau mandò alle stampe due romanzi scandalosi, che suscitarono in poco tempo l’interesse e la curiosità di mezza Europa: Le jardin des supplices (1899) e Le journal d’une femme de chambre (1890). È soprattutto nel primo che il disvelamento dell’ipocrita morale borghese coincide con la rottura del canone romanzesco tradizionale. Vicino all’anarchismo, con la sua prosa diede sfogo ad un’illuminata e violenta satira della società, dipinta con i colori del sovversivismo e della provocazione.




Melquiades


Collana Antieroi

Mario Mariani, Povero Cristo, a cura di Massimo Rizzardini
Gesualdo Cristofari ha trentatre anni e vive, solo, ai margini della società e della storia. Ha preso moglie e avuto una figlia. Ma la moglie è la moglie di tutti e la figlia non è sua figlia. La vita di Gesualdo scorre in fretta e lo rende più forte, colmandolo di un odio che lo trasforma nel "monatto della società borghese". E il mondo, piano piano, muore all'ombra del sole rosso che sta tramontando all'orizzonte. Romanzo di idee e di passione, Povero Cristo ottenne un grande successo di pubblico fin dalla sua apparizione in "Il Mondo", prima di essere raccolto in volume da Sonzogno nel 1920. Mario Mariani (Solarolo 1883 – S. Paolo del Brasile 1551, da non confondersi con Francesco Lodi, che negli stessi anni pubblicò molti libri con lo pseudonimo Mario Mariani) è stato, prima dell’avvento del fascismo, uno degli scrittori più letti d’Italia. Giornalista (fondò i periodici “Novella” e “Commedia”, di cui assunse la direzione), traduttore, autore di romanzi, novelle e racconti, di opere filosofiche e politiche, Mariani fu il narratore di una crisi che trovò forma strategica nei suoi “romanzi del piccone”, corrispettivo letterario di un sofisticato e originale pensiero della condanna. Dopo il secondo dopoguerra, gran parte della sua opera narrativa – i romanzi “ufficiali” sono ben 24 – è stata largamente rimossa e osteggiata per il carattere rivoluzionario che la contraddistingue.








 

 

pubblicato il 14/10/2011

 


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Direzione scientifica: Massimo Rizzardini
le collane
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Antieroi, Crocevia

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