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G. B. Giraldi Cinzio e
le tragedie giudiziarie
di Susanna Villari

 

Autore: Fabio Bertini
Titolo: "Havere a la giustitia sodisfatto". Giovan Battista Giraldi Cinzio e le tragedie giudiziarie nel ventennio conciliare
Editore: Società Editrice Fiorentina
Collana: Quaderni Aldo Palazzeschi. Nuova serie
Prezzo: € 18,00
Dati: pag. 352





Tra gli studi dedicati negli ultimi anni ai variegati aspetti della produzione teorica e letteraria giraldiana, il volume si segnala per l’attenzione rivolta ai contenuti ideologici delle tragedie dello scrittore ferrarese. Fatto non trascurabile, dato che, fino a tempi non lontani, il giudizio critico sui testi di Giraldi è stato condizionato, al contrario, da una svalutazione dello spessore ideologico della sua opera poetica e dalla tendenza a ricondurre le sue scelte letterarie agli indirizzi imposti dalla Controriforma cattolica. Bertini propone infatti una lettura a tutto tondo, «fuori dai consueti stilemi interpretativi» (cfr. dedica), di alcune delle meno ‘fortunate’ tragedie giraldiane, riconoscendo e valorizzando quella «straordinaria attitudine all’interdisciplinarietà» (p. 11), tipica della cultura umanistico-rinascimentale, pienamente espressa dall’opera di Giraldi. Nel capitolo iniziale («Nascita di una trilogia») lo studioso prende le mosse dalle acquisizioni scientifiche più recenti, focalizzandone gli aspetti cruciali: la ricostruzione dell’articolato dibattito suscitato dalle innovazioni drammaturgiche giraldiane; la definizione dei nessi tra la codificazione teorica dei generi teatrali (affidata al Discorso […] intorno al comporre delle comedie e delle tragedie) e la sperimentazione attuata da Giraldi sulle scene; il riconoscimento dei caratteri di coerenza e linearità dell’itinerario poetico e ideologico dello scrittore; il rapporto tra l’ideologia giraldiana espressa nella produzione letteraria e le istanze controriformistiche. La riflessione critica di Bertini si sviluppa soprattutto su quest’ultimo versante, accogliendo come assunto preliminare l’incisivo e illuminante rilievo di Riccardo Bruscagli relativo all’assenza di riferimenti, nei racconti confluiti negli Ecatommiti, al rituale matrimoniale canonizzato dal decreto Tametsi (novembre 1563), secondo il quale l’unione coniugale doveva essere sancita dalla presenza di un sacerdote e di testimoni (cfr. R. Bruscagli, Il racconto del matrimonio negli «Ecatommiti» del Giraldi, in Studi di letteratura italiana per Vitilio Masiello, a cura di P. Guaragnella e M. Santagata, Roma-Bari, Laterza, 2006, pp. 553-76). Nelle nozze descritte da Giraldi, infatti, quello che conta è il consenso dei nubendi, secondo un regime matrimoniale pre-tridentino, e lo scambio di promesse, senza formule codificate e senza la mediazione della Chiesa, avviene privatamente e solo occasionalmente dinanzi a testimoni. L’importanza attribuita alla sostanza morale del vincolo coniugale, a prescindere dalle modalità del rituale, tradisce dunque una posizione non perfettamente aderente alle decisioni conciliari. Sul solco di tale impostazione critica, che ribalta quella tradizionale di un Giraldi asservito alla logica tridentina, Bertini intende dimostrare come l’ortodossia cattolica giraldiana, emergente soprattutto nell’approccio con la tematica matrimoniale dibattuta al Concilio di Trento, risulti ben delineata «già prima delle ratifiche ecclesiastiche» (pp. 76-77). Gli scarti rispetto alle formalizzazioni tridentine si giustificano appunto con la sostanziale indipendenza della riflessione giraldiana dalle discussioni conciliari, rendendo ancora più significativa la promozione del valore cristiano intrinseco del vincolo coniugale: «sono questi i parametri di cui l’autore si serve nel promuovere il fine educativo del suo insegnamento, andando ideologicamente ben oltre e scavalcando all’indietro, precorrendola, quella che sarà la ratificazione tridentina del coniugio» (p. 76). La verifica di questi aspetti è condotta da Bertini con una minuziosa analisi di tre tragedie giraldiane, la Selene, l’Arrenopia, l’Epizia, nel cui tessuto drammaturgico egli ha rintracciato una serie di nuclei speculativi di grande rilevanza sociale, politica e soprattutto giuridica. Un tipo di lettura che ha implicato, appunto, l’esame delle interferenze tra l’ideologia giraldiana e il contesto socio-politico (senza trascurare la complessità del dibattito giuridico, che ha una precisa eco nella casistica presentata nelle tragedie) e l’individuazione del legame fra finzione drammatica e realtà storica (ben percepito dal pubblico dell’epoca). A tal fine, un nodo importante, al quale Bertini dedica ampio spazio nel contesto delle argomentazioni preliminari (cfr. in particolare le pp. 58-68), è costituito dalla ricognizione dei dati cronologici relativi all’elaborazione dei testi teatrali, di cui qui di seguito riassumo i risultati significativi, soffermandomi su alcune questioni critiche tuttora dibattute tra gli studiosi di Giraldi. L’elaborazione delle tragedie copre un ampio arco cronologico compreso tra il 1541 e il 1563, dunque in gran parte coincidente con le fasi dei lavori del Concilio di Trento. Il 1563 è l’anno dell’ultima sessione conciliare, ma è anche la data che fa da spartiacque nella carriera di Giraldi perché segna il suo trasferimento da Ferrara a Mondovì, dove egli prestò servizio, in qualità di docente di retorica, presso lo Studio fondato da Emanuele Filiberto di Savoia. La maggior parte delle sue tragedie, sia quelle di argomento storico (Didone e Cleopatra), sia quelle di soggetto nuovo (costruite sugli intrecci delle rispettive novelle degli Ecatommiti), risultano composte e messe in scena proprio entro il 1563. In particolare, delle sette tragedie a fabula ficta, solo l’Orbecche, l’Altile, la Selene, gli Antivalomeni, nominate nella princeps dei Discorsi (1554) e ricordate da Bartolomeo Cavalcanti in una lettera a Giraldi del 3 maggio 1560, risultano con certezza realizzate prima del 1554 (è noto che l’Orbecche nel 1541 era stata più volte messa in scena, l’Altile era pronta nel 1543, e un allestimento teatrale degli Antivalomeni era in corso tra il 1548 e il 1549); prima degli Antivalomeni si colloca inoltre la composizione della Selene (la data accolta dai critici per la sua prima rappresentazione è il 1547); nel gennaio del 1563, invece, Sallustio Piccolomini, elogiando i racconti degli Ecatommiti, invitava Giraldi a elaborare una versione drammaturgica del soggetto della novella di Astazio e Arrenopia (Ecatommiti, III 1). Bertini prospetta però la possibilità che, all’epoca della lettera del Piccolomini, il testo teatrale dell’Arrenopia fosse stato già approntato (p. 61, n. 74), perché il riferimento alla tragedia si riscontra in una postilla autografa in margine all’esemplare ferrarese (Biblioteca Ariostea, Cl. I 90) dei Discorsi giraldiani; postilla collocabile, come le altre, in un arco cronologico piuttosto ampio, compreso tra il 1554 (data dell’edizione) e il 1563 (data in cui, a giudicare dalla proposta, rivolta dall’autore al libraio Baccio Tinghi, di provvedere ad una nuova edizione dei trattati, la revisione del testo doveva ritenersi, almeno in quella fase, conclusa). Tuttavia, le legittime cautele dello studioso potrebbero essere superate non soltanto sulla scorta delle dichiarazioni dell’autore stesso (nella dedica alla terza deca degli Ecatommiti e nel prologo dell’Arrenopia) relative alla messa in scena della tragedia in occasione della sua partenza da Ferrara (appunto 1563), ma anche della stratificazione redazionale della postilla: nella sequenza di titoli («Orbecche, Altile, Selene, gli Antivalumeni, Euphimia, Arrenopia, et altre»), «Arrenopia» costituisce un’integrazione successiva (sempre di mano dell’autore, sul margine inferiore della pagina, con un inequivocabile segno di richiamo che ne impone idealmente la collocazione dopo «Euphimia») rispetto alla stesura della postilla, vergata sul margine destro della pagina. Se è vero che il processo redazionale poté andar oltre il 1563 (fino al 20 luglio 1567, data della lettera a Vincenzo Troni con cui Giraldi accompagnò il dono della sua copia di lavoro postillata dei Discorsi), è proprio la data presunta di rappresentazione dell’Arrenopia (nei primi mesi del 1563 e precisamente tra il 20 gennaio, data della lettera di Piccolomini, e il 20 marzo, data in cui sono attestate le dimissioni di Giraldi dal suo incarico presso lo Studio ferrarese – questi sono gli estremi cronologici accolti dal più recente editore dell’Arrenopia, Davide Colombo, Torino, Ed. Res, 2007) a delimitare la cronologia della postilla e non viceversa. Del resto, come Bertini ha fatto notare in altra occasione (cfr. C. Molinari, «Corretto e rescritto in forma grande». Note sul codice Classe I 406 della Biblioteca Comunale Ariostea. I canti undici dell’«Ercole» di G.B. Giraldi Cinzio, «Studi italiani», 17, 2, 2005, pp. 139-98, a p. 156), l’ordine con cui Giraldi elenca le sue tragedie («Orbecche, Altile, Selene, gli Antivalumeni, Euphimia, Arrenopia») non appare casuale, ma sembra rispettare l’effettiva diacronia. Così è del tutto credibile che la realizzazione della tragedia Euphimia preceda quella dell’Arrenopia e possa collocarsi negli ultimi anni di servizio giraldiano presso la corte estense, entro la fine del 1562 (cfr. anche quanto osserva Bertini a p. 211 n. 67; è indispensabile anche il rinvio, opportunamente effettuato da Bertini a p. 60, n. 73, alla recente individuazione, da parte di C. Molinari, «Corretto e rescritto…», cit., di una serie di ottave dedicate alla storia di Eufimia e Acaristo nel canto XII inedito dell’Ercole giraldiano, datato 22 aprile 1559, nel ms. Cl. I 406 dell’Ariostea, che apre uno spiraglio sulla ricostruzione della vicenda redazionale del testo). Secondo le coordinate sin qui tracciate, sono otto le tragedie giraldiane del periodo ferrarese (nell’ordine, ricapitolando, Orbecche, Didone, Altile, Cleopatra, Selene, Antivalomeni, Eufimia, e infine Arrenopia), mentre l’Epizia verrebbe a inaugurare il soggiorno piemontese. Con questo quadro Bertini prende posizione soprattutto in merito alla controversa cronologia dell’Epizia, che ha diviso gli studiosi. Basti ricordare che Marzia Pieri, enfatizzando gli aspetti sociali e giuridici dell’intreccio, colloca l’Epizia nella fase conclusiva della produzione teatrale giraldiana, nell’ambiente accademico della corte sabauda (cfr. M. Pieri, Mettere in scena la tragedia. Le prove del Giraldi, «Schifanoia», 12, 1991, fascicolo monografico relativo agli Atti delle giornate di studio dedicate a Giovan Battista Giraldi Cinzio, 27-29 aprile 1989, a cura di R. Bruscagli e U. Rozzo, pp.129-49: «la conclusiva Epizia, riservata forse nelle sue intenzioni al pubblico accademico piemontese, assume un intrigo di sfondo più giuridico che regale e lo svolge secondo un’ottica sociologica, che ha ormai poco a vedere con la corte canonica del palcoscenico tragico e interessa semmai la classe dirigente aristocratica, cui l’autore si rivolge in quegli anni»). Su un fronte opposto, invece, Philip Horne (cfr. G.B. Giraldi, Epizia. An Italian Renaissance Tragedy, edited with introduction, Notes, and Glossary by Ph. Horne, Lewiston-Queenston-Lampeter, The Edwin Mellen Press, 1996) ritiene la tragedia già elaborata nel periodo ferrarese, tra il 1543 e il 1554, perché le questioni giuridiche non erano mai state estranee agli interessi giraldiani, mentre la mancata diffusione della tragedia (mai rappresentata, né stampata, vivente l’autore) poteva ascriversi a motivi di autocensura, ai dubbi relativi alla possibilità di una favorevole accoglienza da parte del duca (che avrebbe potuto non gradire, ad esempio, la severa critica all’istituto della tortura - cfr. atto I scena V - che costituiva una pratica comune nel regime giudiziario ferrarese). L’assenza di una menzione dell’Epizia nei Discorsi, stampati nel 1554, è, secondo il parere di Horne, soltanto apparente, perché un riferimento implicito all’Epizia, tra le cinque tragedie a lieto fine composte prima del 1554, si può intravedere nella generica espressione «le altre» («come l’Altile, la Selene, gli Antivalomeni e le altre»): «Since the passage cited mentions by name the first three of the five titles in this list, the words ‘le altre’ must perforce relate to Eufimia and Epizia» (Horne, Intr. a Giraldi, Epizia, p. xxiv). Bertini, dunque, riprende la questione, accantonando le congetture di Horne e individuando nell’Epizia, sul solco dell’interpretazione di Marzia Pieri, l’«estremo approdo» del percorso tragico giraldiano: «l’Epizia, pensata per un nuovo entourage, nella piena maturità di una scelta di campo ormai nettamente delineata verso una padronanza della materia giuridica, diverrà come omaggio alla grandezza di Emanuele Filiberto, il manifesto di propaganda d’una tradizione dinastica e politica che, già dai Decreta Sabaudiae Ducalia promulgati da Amedeo VIII nel 1430, si era posta nel solco del più rigoroso rispetto d’una legislazione civilistica e pubblicistica fondata sugli antichi precetti della metodica giusromanistica» (p. 79). Con un tentativo di conciliazione delle diverse ipotesi cronologiche, tutte ugualmente portatrici di elementi validi e convincenti, si potrebbe ipotizzare una primitiva stesura dell’Epizia negli anni ferraresi, rimasta forse allo stadio di abbozzo, ed una successiva rielaborazione in Piemonte, in concomitanza con l’impegno di edizione degli Ecatommiti, tenendo conto del fatto che, ad eccezione dell’Orbecche, approdata alla stampa mentre l’autore era in vita, tutte le altre tragedie possono essere passate attraverso diverse fasi redazionali, di cui si è persa traccia, fino al momento in cui il figlio dell’autore, Celso Giraldi, ne curò l’edizione nel 1583. L’articolata riflessione sulla cronologia si conferma comunque come utile messa a punto dei problemi critici rimasti ancora aperti; Bertini constata in definitiva come la produzione del Cinzio sia «fluttuante in un arco temporale molto approssimativo» (p. 68). Inoltre gli anni (circa venti rispetto all’Arrenopia e all’Epitia, ma più del doppio rispetto alle prime tragedie) che separano l’elaborazione delle tragedie dall’edizione postuma allestita dal figlio dell’autore hanno comportato la perdita dell’immediato rapporto tra la pregnanza poetica e ideologica dei testi e il contesto storico e socio-politico della loro primitiva composizione e fruizione. L’obiettivo di Bertini consiste appunto proprio nel recupero di tale «pregnanza contestuale» (p. 68), attraverso un «percorso d’indagine «sperimentale in grado di sondare le potenzialità interdisciplinari della drammaturgia giraldiana» (ibid.). La selezione, nell’ambito della produzione di Giraldi, di tre tragedie, Selene, Arrenopia ed Epizia, è giustificata non soltanto dalla centralità della tematica coniugale, motivo comune di questo trittico (e d’altra parte leitmotiv di tutto il repertorio drammaturgico, e, aggiungerei, anche narrativo, dello scrittore ferrarese), ma soprattutto dalla tipologia di approccio ai problemi trattati, secondo un procedimento di «graduale intensificazione della materia matrimoniale» (p. 69). Nella Selene, del 1547, la vicenda della protagonista (ingiustamente ripudiata dal marito Rodobano con la falsa accusa di adulterio indotta dagli inganni dell’ambizioso segretario Gripo) riflette nella sua tessitura la realtà storica del ducato estense e il delicato problema degli equilibri tra questioni politiche e i rapporti privati dei regnanti. Nell’Arrenopia, del 1563, su uno sfondo cavalleresco, al tema dell’adulterio e della ragion di stato si intreccia la riflessione sul duello, in sintonia con il dibattito conciliare, giunto proprio in quell’anno alla condanna della pratica del duellum ad probationem veritatis mediante la promulgazione del decreto Detestabilis duellorum usus, che prevedeva la scomunica per i principi e i signori responsabili della concessione di autorizzazione ai duelli. Nell’Epizia, infine (storia di una fanciulla sedotta da un governatore mediante la promessa, poi disattesa, del matrimonio e della liberazione del fratello condannato a morte), balza in primo piano la questione del potere giudiziario e dei suoi abusi, trattata con rigore dottrinale e con sicura competenza giuridica. Una ‘materia matrimoniale’, dunque, osservata da molteplici angolazioni e progressivamente arricchita da altre tematiche di natura politica e giuridica, con esiti originali non soltanto sotto il profilo letterario, ma anche ideologico. Ciascuna di queste tragedie è oggetto specifico di analisi nei tre capitoli del volume: «“Selene” e l’indissolubilità del “vertere in unum”» (cap. II); «Cogitare, agere, sed non perficere. Arrenopia: la tragedia delle azioni mancate» (cap. III); «La vicenda di un magistrato “sub iudice”» (cap. IV). Nell’illustrare, singolarmente, le strategie compositive e sceniche perseguite dallo scrittore ferrarese, Bertini tiene conto di tutto il retroterra culturale e ideologico entro il quale si sviluppano le sue prove drammaturgiche, evidenziando i fatti storici implicitamente richiamati dalle fabulae, ricomponendo le tessere del quadro politico e giuridico che si riflette nel tessuto drammatico, individuando infine i modelli di comportamento (politico e civile) proposti dall’autore ai fruitori del testo. Per la Selene ad esempio gioca un ruolo importante la suggestione dei problemi legati a recenti episodi della storia del ducato estense: in particolare nella vicenda di Gripo, cospiratore contro Rodobano, lo studioso individua l’eco della congiura ordita nel 1546 da Giampaolo Manfrone ai danni di Ercole II d’Este; nel contempo, l’incondizionata fedeltà della regina Selene al marito Rodobano è vista nel suo valore esemplare nel contesto della crisi politico-religiosa causata dalle irriducibili attitudini eterodosse di Renata di Francia, moglie di Ercole II d’Este: «Renata è l’antitesi della sovrana intenta a preservare il potere del marito e a coadiuvarlo nella gestione del regno. […] [Selene] addita con la propria condotta le responsabilità della buona consorte e richiama ai più miti doveri del rapporto matrimoniale nell’ottica d’una mentalità cristiana indiscutibile, così come indiscutibile si riconferma l’etica giraldiana, organica al dogma della fedeltà coniugale» (p. 94). A tal proposito, l’accusa di adulterio subita ingiustamente da Selene presuppone, sullo sfondo, il dibattito sulla possibilità di scioglimento del vincolo matrimoniale che divideva cattolici e protestanti: «correttamente reintegrata nel suo tempo redazionale Selene diviene a fortiori emblema di un’ortodossa coniugalis affectio in grado di sfidare le più oscure avversità nella certezza dei valori che sostengono il vincolo sacro del coniugio» (p.98, e cfr. anche pp. 136-60). E si osserva, tra l’altro, come la caratterizzazione di Gripo (simulatore e sovversivo in una realtà di corte nella quale la simulazione è divenuta consueto strumento di rivalsa cortigiana) valga a definire i contorni del crimen di lesa maestà, fornendo, anche sulla scorta delle teorie penalistiche dell’antico regime, un «identikit psicologico» del cospiratore, utile a mettere in guardia la collettività nei riguardi delle premesse e delle conseguenze penali del delitto (p. 111 e sgg.). Per l’Arrenopia la decodificazione del messaggio edificante e delle tecniche compositive passa attraverso l’esame della vexata quaestio dell’adulterio (sviluppata nel plot nel duplice binario del rapporto tra Astazio ed Arrenopia ed Ipolipso e Semne), delle problematiche connesse con l’istituzione matrimoniale, in via di ridefinizione al Concilio di Trento, e della deontologia del codice cavalleresco, analizzata nelle diverse implicazioni delle relazioni tra re o tra cavalieri privati, sulla scorta di ricordi di episodi storici remoti o coevi. Con l’Arrenopia Giraldi sanciva la fine del suo sodalizio con la corte estense, conciliando la materia cavalleresca con le «consuete tematiche edificanti» e stimolando «la riflessione su quel che nel dettato tragico si fa specchio della realtà contingente» (p. 187). Scandagliando l’intreccio in tutti i suoi più significativi dettagli e constatando la prevalenza dei momenti speculativi sull’azione scenica, Bertini svela l’obiettivo del tragediografo: «costruire una trama dai tratti peculiari marcatamente alla moda (appunto cavallereschi), cogliere così l’interesse del pubblico e del duca Alfonso, ma concludere con la negazione dell’essenza cavalleresca, ossia del duello, ponendosi in linea con le severe direttive morali di Trento. Dunque una tragedia cavalleresca di occasioni marziali mancate […]» (p.257). Infine, per l’Epizia, l’illustrazione della dinamica dell’intreccio è sostenuta da una serrata ricognizione dei modelli letterari (Novellino, Sercambi, Sabadino degli Arienti, Masuccio Salernitano, Alessandro Ceccherelli) e delle parallele controversie antiche e moderne su temi di diritto canonico, pubblico e civile: lo stupro e il matrimonio riparatore, l’abuso di potere e il rapporto tra giustizia e potere, tra il rigore delle leggi e la duttilità della loro interpretazione e applicazione, tra diritto naturale e diritto positivo. L’ipotesi che l’Epizia sia stata approntata «per il debutto piemontese di Giraldi» è avvalorata dal ruolo di tutore della giustizia attribuito nella tragedia all’imperatore Massimiano, «eteronimo di Massimiliano I d’Asburgo, eletto imperatore nel 1486» (p. 318), dati i legami tra i Savoia e gli Asburgo: «la dinastia sabauda era entrata a far parte del parentado asburgico già dal 1499 quando, in seconde nozze, il duca Filiberto II, figlio di Filippo I, sposa l’arciduchessa Margherita d’Austria, figlia, appunto, dell’imperatore Massimiliano I» (p. 67). E perciò lo studioso conclude il suo excursus all’interno della drammaturgia giraldiana, rilevando come «il binomio giusnaturalismo-giuspositivismo, tematicamente così dibattuto attraverso i secoli dell’età di mezzo», venga «offerto dal Giraldi a Emanuele Filiberto come il sintetico metteur-en-scène della nozione di rex divinus, perpetuando così l’idea di un cerimoniale suggestivo in cui la maiestas principesca si erge ancora una volta a suprema guardia dell’ecumene cristiano e civile» (p. 336). Una sola notazione finale, in margine a un lavoro che, inaugurando nuovi percorsi di ricerca, offre agli studiosi di Giraldi innumerevoli spunti di riflessione e discussione: nella tensione alla valorizzazione dei tratti originali e innovativi della sperimentazione tragica giraldiana, lo studioso attribuisce a Giraldi una concezione drammaturgica precorritrice del teatro secentesco (p. 82 e sgg.), intravedendo nella Selene l’assenza di personaggi ‘mezzani’. Bertini inizia col respingere (d’accordo con Irene Romera Pintor, curatrice della Selene, Bologna, Clueb, 2004, p. 47) l’interpretazione di Horne (The tragedies of Giambattista Cinthio Giraldi, London, Oxford University Press, 1962, p. 125) relativa all’identificazione di Gripo come personaggio ‘mezzano’ (Gripo è infatti personaggio interamente malvagio, perfettamente consapevole dei perversi obiettivi dei propri intrighi); ma le sue valutazioni vanno oltre le caute osservazioni della Pintor (cfr. p. 81, n. 1), sostenendo la totale mancanza nella tragedia di personaggi dotati dei requisiti della mezzanità, e individuando così un’anticipazione delle forme più mature della drammaturgia manieristico-barocca: «Selene […] incarna la figura dell’innocente perseguitata, accusata senza motivo di adulterio per le macchinazioni del villain, artefice, al contempo della diffamazione di Rodobano, incolpato senza alcuna responsabilità di tentato uxoricidio» (p. 82); «senza più ricorrere alla condizione della “mezzanità” postulata nella Poetica, per i teorici di fine secolo come per quelli degli inizi del XVII, la specola interpretativa del protagonista tragediabile ravviserà un nuovo dogma aristotelico in quel passo della Retorica che definisce il sentimento della pietà come “una forma di sofferenza di fronte alla visione di un male manifestamente rovinoso o doloroso che ricade su una persona che non lo merita , un male che anche noi possiamo attenderci di subire e che sembra prossimo”. […] Ed è proprio sui primordi del Concilio che Giraldi, pur dicendosi seguace della Poetica e delle sue precettistiche, ma adattandole al mutare dei tempi, fa di Selene un’enclave anticipatoria nel teatro di metà Cinquecento, cogliendo ante eventum l’approdo della matura drammaturgia post-tridentina con gli innocenti votati al martirio» (p. 83). La questione sollevata da Bertini ha notevoli e delicate implicazioni in quanto il problema dell’idoneità tragica dei personaggi (perno della polemica dello scrittore ferrarese con Sperone Speroni), ha costituito un aspetto centrale della speculazione drammaturgica giraldiana. Tra le accese critiche rivolte allo Speroni vi era proprio quella dell’assenza nella Canace di quei personaggi ‘intermedi’, né del tutto buoni, né del tutto rei, che, in conformità con il dettato aristotelico (Poet., 1452b-1453a), potevano suscitare la catarsi. Risulterebbe strano che Giraldi, rinnegando le proprie istanze poetiche, avesse rinunciato del tutto alla funzione catartica assolta dal personaggio mezzano. È da osservare invece che (come egli aveva già affermato nel Giudizio d’una tragedia di Canace e Macareo, in Sperone Speroni, Scritti in sua difesa; Giambattista Giraldi Cinzio, Scritti contro la Canace . Giudizio ed epistola latina, a cura di C. Roaf, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1982, p. 123), lo scrittore ferrarese ammetteva che gli scellerati avessero nella tragedia un ruolo funzionale allo svolgimento dell’azione di cui erano protagonisti i personaggi mezzani. Nel brano del Discorso intorno al comporre delle comedie e delle tragedie, che Bertini riporta a p. 82, tale meccanismo è perfettamente illustrato: «il far morire in questa sorte di favole [scil. le tragedie a lieto fine] i malvagi, o patir gravi mali, è introdotto per più contentezza et per maggior amaestramento di quelli ch’ascoltano, veggendo puniti coloro che erano stati cagione degli avenimenti turbulenti, onde le mezzane persone erano state travagliate nella favola, e questo fe’ Euripide nelle Heraclide et Sophocle nella Elettra, quegli facendo uccidere Euristeo, questi Egisto. Et noi anco, col loro essempio, nella Altile facemmo morire Astano et nella Selene Gripo, in quel tempo ch’ambi per la lor sceleraggine si pensavano esser più felici di tutti gli altri». Dunque, nelle intenzioni di Giraldi, Gripo, nella Selene, ha il ruolo del malvagio persecutore di individui ‘mezzani’; e tali sono, infatti, Selene e Rodobano, i quali, per quanto genericamente qualificabili come vittime innocenti, sono responsabili per inesperienza di alcuni errori di valutazione, da cui hanno origine, con precisa causalità, le peripezie tragiche: entrambi danno eccessivo credito a Gripo, Selene assumendolo come segretario e considerandolo alla stregua di un padre, Rodobano (il quale pur avrebbe dovuto esser consapevole dello stato di frustrazione e della volontà di rivalsa del suo subalterno) fidandosi ciecamente delle sue false accuse e convertendo l’amore coniugale in odio. Queste premesse sono ben evidenti nella versione novellistica, in Ecatommiti, V 1, dove è indicativo il rilievo dato alla giovane età dei sovrani («Rodobano, re di Persia, giovane molto gentile e quasi della medesima età ch’era Selene») e allo sconvolgimento degli equilibri della corte operato dal re al momento del suo insediamento al trono: «Venne adunque a Selene Rodobano e presa la reina per moglie, in picciolo spazio di tempo fe’ quello che noi veggiamo fare a’ grandi re e ad altri signori nelle mutazioni degli stati, che alzano gli uomini loro e abbassano o levano dagli uffici quelli che vi erano. Il qual costume, ancor che non sia forse convenevole, è egli nondimeno oggi passato, quasi per regola, in tutte le corti. Dispensò Rodobano tutti gli ufficii e tutti i magistrati in quelli di Persia, di modo che Grippo, il quale soleva essere il primo uomo dell’Egitto, doppo il re, se ne stava come privato. La qual cosa, essendo molesta a Selene, che in luogo di padre l’aveva, lo elesse per suo segretario, imaginadosi che, per essere ella stata da lui allevata e cresciuta, ne devesse ricevere amorevolissimo e fedelissimo servigio». Nell’esordio della tragedia tale situazione è esposta attraverso il punto di vista di Gripo, che si sfoga con il servo, esprimendo il rammarico per l’emarginazione subita e giustificando così il complotto astutamente ordito per vendetta (Selene, atto I scena I). La causa della drammatica separazione coniugale, con grave conseguenza nell’assetto del regno, risiede nell’inganno di Gripo, ma esso trova senza dubbio terreno favorevole nella disposizione dei due coniugi a seguire i suoi consigli. La svolta finale e l’epilogo felice sono preparati dalla condizione psicologica di Selene, i cui sentimenti nei confronti di Rodobano, nonostante tutto, restano immutati, mentre si insinua il dubbio che l’odio nutrito dal marito e dal figlio sia stato indotto da uomini di fiducia solo in apparenza sinceri (atto I scena III). Se le cose stanno così, ritengo debba essere ridimensionata la tesi, esposta da Bertini, di un’anticipazione dei motivi tipici della matura drammaturgia post-tridentina e del primo Seicento, e in particolare della «rinuncia alla “mediocre bontà” del personaggio mezzano in favore della “venerabile santità” […] dell’“eroe puro”» (p. 83). Né Selene, né Rodobano possono essere definiti eroi «puri», secondo la prospettiva giraldiana (illustrata ad esempio nei Dialoghi della vita civile posti al centro degli Ecatommiti), per non aver potuto conseguire, a causa della giovane età, quel grado di comprensione della realtà e di dominio di se stessi tipico degli uomini maturi. La tragedia illustra proprio il sofferto percorso dei protagonisti verso l’acquisizione di una corretta interpretazione della realtà e il prologo enuncia coerentemente i propositi pedagogici del racconto. Un tale scarto interpretativo non può che confermare la vivacità di un dibattito critico non ancora sfociato in un’univoca, complessiva ed esauriente valutazione della produzione del ferrarese. Il libro di Bertini, facendo tesoro di alcune fondamentali, recenti, conquiste della critica giraldiana, intraprende uno dei tanti, possibili, percorsi di lettura dei testi, delineando abilmente un profilo dell’ideologia e delle competenze giuridiche dello scrittore nel milieu culturale della Controriforma.



 

 

pubblicato il 04/12/2008

 


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le collane
Secretum, I Rimossi,
Antieroi, Crocevia

La collana "I Rimossi": nella foto La catacomba molussica di Günther Anders, romanzo distopico del grande filosofo tedesco.
studi
Piero Giordanetti
Materiali per lo studio
della rivoluzione
poetico-sentimentale di Kant

Lezioni, conferenze e seminari nell’ambito di un progetto sul rapporto tra filosofia e poesia in Kant e di un progetto sulle fonti kantiane presentato sulla rivista Kant-Studien
libri
Eretici e libertini nel
Cinquecento italiano

Luca Addante indaga gli sviluppi del movimento clandestino sorto a Napoli sulle orme della lezione non dottrinale dello spagnolo Juan de Valdès.
di Paolo Scotton
scienze e saperi
Da Efeso al Tempio
del Graal (I)

Agli albori del VII secolo d.C. il re persiano Cosroe II Parwiz edificò uno straordinario palazzo che chiamò Taxt-i Taqdis, «Trono degli Archi».
Ezio Albrile
forme di cultura
Acànto, l'accento sull'arte.
Il programma di ottobre

Alcune archeologhe e storiche dell’arte, che collaborano con le Università di Milano e Verona, conducono visitatori curiosi e i cittadini alla ricerca dell’insolito.
di Cristina Miedico
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